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Attentato a Nizza, il terrore che ci vuole annientare

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Ieri sera sono rientrata a casa dopo mezzanotte. Ho acceso la TV, lo faccio sempre mentre mi preparo per andare a dormire. Il volume basso, le immagini scorrono veloci e sfuocate. Per l’ennesima volta mi ritrovo a non capire cosa stia accadendo. Breaking news: “Nizza, camion contro la folla, 30 morti”. Mi siedo. Mi sento soffocare. Alzo il volume. I giornalisti parlano di un possibile attentato terroristico, di un uomo ucciso e forse uno in fuga. Continuano a trasmettere immagini, i morti ormai sono 84; per terra vedo una marea di corpi senza vita, la promemade è una distesa di sangue e terrore. Una bambina, una bambola vicino al suo corpo. Teli blu che coprono cadaveri massacrati, gente che piange, disperazione.
In quello studio televisivo continuano ad arrivare notizie. Io sento, ma inizio a non voler più ascoltare. Dicono che il camion ha travolto la gente per due lunghissimi chilometri. Sterzava di continuo per colpire più persone possibili. Ha agito il questo modo, come se le persone fossero birilli inanimati. Dicono che hanno anche sparato sulla folla. Dicono che è stata una scia di morte. Dicono che per il momento non c’è alcuna rivendicazione. Dicono che l’Italia non è in pericolo, che non siamo mira di questa gente, e io penso che me ne fotto, perché prima che italiana mi sento cittadina del mondo e ogni tragedia di questo tipo mi tocca ferendomi. Ancora ricordo l’attentato in Kenya o quello sulla spiaggia di Sousse, in Tunisia. A novembre siamo stati sconvolti dall’attacco a Parigi. Qualche settimana fa in Bangladesh hanno ucciso con la stessa crudeltà. C’era anche una donna incinta; l’hanno torturata e poi finita. A Instanbul altri 42 morti, non so quanti feriti e potrei continuare ancora per tantissime righe. Il cimitero creato dalla macchina del terrorismo è colmo di vittime innocenti.
Scoppio a piangere. Butto fuori tutto il dolore che solo un’umanità così crudele può provocare. Mi sento sconvolta, convinta che questo sia niente, che brutalità generi brutalità e che l’odio non genererà mai amore.

Penso che ci stanno riuscendo, capisco che non mi sento più libera, che ho paura, che non si può più passeggiare su un lungomare perché in quel momento qualche pazzo invasato potrebbe farsi esplodere in mezzo alla gente in nome di un Dio che, probabilmente, se scendesse in terra gli sputerebbe in faccia.
E se fossi stata lì? Se fossi stata madre, con un bimbo da proteggere? Sarei stata in grado? Sarei riuscita a salvarlo e se ci fossi riuscita, come avrei potuto spiegargli il perché di tutto questo male?
Continuo a non riuscire a dormire. In TV continuano a parlare, parlare, parlare. Il numero dei morti sale, quello dei feriti anche. Io non sento e non vedo più niente. Spengo la televisione, ascolto solo il mio cuore. Urla, sembra disperato. Mi dice che provare paura è umano, ma non deve significare far annientare le nostre esistenze dal terrore che vogliono farci provare.

Sarebbe dargliela vinta, e no, questo non dobbiamo farlo accadere.

Alessandra Crinzi

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