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Letteratura: “Il Triangolo”, racconto breve di Nicola Genovese

Non solo cronaca, sport, spettacolo e attualità.

Il Corriere della Città è anche cultura e letteratura. Per questo “ospita” anche racconti brevi di autori, più o meno conosciuti, che vogliono regalare ai nostri lettori qualche minuto di “appassionante spensieratezza”.

Iniziamo questi appuntamenti con il racconto “Il Triangolo” di Nicola Genovese, autore del libro “Il figlio del prete e della zammara”, uscito lo scorso anno, romanzo che ha avuto un buon successo di vendite e di critica.

Ma ecco il racconto per i nostri lettori.

IL TRIANGOLO

Miriam Conti lavorava alla SCMM, Società di Comunicazione e Marketing Milano.
Era una bella donna, slanciata, bionda, con occhi celesti. Aveva un bel corpo e un sorriso accattivante. Tutte qualità, oltre alla bravura, indispensabili per svolgere il suo incarico di organizzatrice di eventi.
Quando finiva il suo lavoro, prima di ritornare a casa passava in pizzeria a mangiare una pizza.
Non poteva farne a meno. Era dipendente da questo cibo, uno dei più amati da parte degli italiani.
Da bambina aveva aiutato i suoi genitori, che gestivano una pizzeria con forno a legna.
Si può dire che era cresciuta “a latte e pizza”.
Le piaceva moltissimo, in particolare la “capricciosa”.
Con il passare del tempo era diventata “drogata” da questa deliziosa pietanza.
Quando si spostava da Milano in altre città italiane o europee, prima di cercare un albergo dove alloggiare, localizzava la più vicina pizzeria con forno a legna.
Se era stanca, se la faceva portare in camera.
Era la sua cena preferita, accompagnata da un bicchiere di birra.
A Milano si recava alla vecchia pizzeria che era stata dei genitori. Si trovava lontana dall’ufficio e si faceva accompagnare da un tassista, Franco Martinelli, che sostava sulla piazza vicina.
Era un bel ragazzo, scapolo, laureato in lettere e filosofia. Non aveva ancora trovato lavoro.
Per guadagnarsi da vivere guidava il taxi per conto di una società milanese. Avevano fatto amicizia e lei gli aveva chiesto il numero del cellulare.
Ogni tanto lo chiamava e gli commissionava la pizza che le portava a domicilio.
A lungo andare, era subentrata confidenza e simpatia. Le aveva raccontato che una notte era stato aggredito da un passeggero. Lo aveva colpito alla testa con il manico di un ombrello e gli aveva portato via tutto il guadagno del giorno.
Da allora, non era stato più bene.
La tensione e lo stress, specie nelle ore notturne, lo assalivano. Aveva paura. L’ansia e la depressione non lo abbandonavano mai.
Stava cercando di cambiare lavoro, ma non era semplice.
Miriam aveva come capo Albert Belloti, uno psicopatico. Era sempre elegante, con vestito scuro, camicia bianca, cravatta regimental blu e gialla a righe e guanti neri. Questi ultimi li portava sempre
per questioni igieniche. Era un fissato. Nei giorni di maggiore concentrazione di smog veniva in ufficio con la mascherina. Dall’aspetto sembrava una persona normale. Invece era un egocentrico. Ascoltava le opinioni dei suoi dipendenti, ma se erano divergenti dalle sue le rigettava con aggettivi pesanti e offensivi. Si sentiva un essere superiore con un’intelligenza fuori dal comune.
Si era invaghito di Miriam e cercava in tutte le circostanze di starle vicino. Quando dal suo box in vetro la vedeva che andava a fare le fotocopie, si avvicinava e cercava di strusciarsi come un cane rognoso. Lei ormai aveva imparato a dribblarlo.
Fortunatamente stava spesso fuori a seguire gli eventi programmati.
Più di una volta aveva cercato di accompagnarla a casa con la sua auto, ma lei, con le scuse più disparate, aveva sempre evitato.
Una sera era rientrata tardi da Brescia.
Aveva telefonato a Franco per farsi portare la solita pizza alla capricciosa.
Lui ne aveva portate due, insieme a una bottiglia di Berlucchi. Le chiese se potevano mangiarle insieme e lei accettò volentieri. Le spiegò che la bottiglia l’aveva comprata per brindare al suo futuro impiego. Il Ministero dell’Istruzione gli aveva comunicato che dopo un mese gli avrebbe assegnato
una supplenza ad un liceo di Milano. Doveva sostituire l’insegnante di Storia e Filosofia che aveva chiesto un anno di aspettativa per motivi di salute.
Lei ne fu tanto felice.
Aveva messo una musichetta in sottofondo.
Chiese a Franco se sapeva ballare. Lui rispose che vicino casa sua, fino a qualche anno prima, frequentava una scuola da ballo.
Era stato soprannominato il “miglior tacco del quartiere”.
“Fammi vedere”, gli disse lei. E iniziarono a ballare.
Erano allegri ed euforici. Avevano finito quasi tutto lo spumante. Cominciarono a stringersi e a baciarsi. Ben presto si ritrovarono a letto e fecero l’amore.
Furono entrambi felici. La loro intesa sessuale era stata perfetta.
La loro storia continuò nei giorni seguenti.
Una sera Miriam sentì suonare alla porta. Pensava che fosse Franco. Tutta contenta andò ad aprire. Sulla porta apparve come un fantasma Albert, il suo capo. Disse che le aveva portato una busta contenente la proposta di promozione a un livello superiore.
Lo fece accomodare. Aveva in mano una confezione di pizza alla capricciosa e una bottiglia di birra.
Con modi garbati e gentili, tipici degli psicopatici che riescono simulare le loro emozioni, le chiese se potevano mangiarla insieme.
Date le circostanze non riuscì a dire di no.
Mentre mangiavano, il cellulare aveva squillato.
Era Franco, che quella sera aveva il turno di notte.
Le augurò la buona notte. Distrattamente lei aveva lasciato il telefonino aperto.
Albert aveva messo nel trancio di pizza a lei desinato della droga, che lentamente era entrata in circolo. Cercò subito di violentarla. Con le ultime forze che le restavano, Miriam aveva urlato: “Vattene via, brutto schifoso…”
Dall’altra parte del telefonino Franco aveva sentito tutto. Abbandonò il suo cliente e corse a casa di Miriam. Lei giaceva a letto, ancora viva e vigile.
Tra i due uomini vi fu una violenta colluttazione, con urla e imprecazioni.
Albert aveva tirato fuori un coltello a serramanico e aveva colpito Franco. Quest’ultimo, sanguinante, corse in cucina e prese un coltello.
Si affrontarono con violenza e ferocia.
Miriam riuscì con la forza della disperazione ad alzarsi e mettersi tra i due per dividerli. Purtroppo fu colpita mortalmente.
Subito dopo, i due caddero a terra accanto al cadavere di Miriam.
I vicini di casa, che avevano sentito le urla, chiamarono la polizia che arrivò tempestivamente.
Sfondarono la porta. Lo spettacolo che apparve ai loro occhi era raccapricciante… Sangue da tutte le parti.
Costatarono che la donna era morta, mentre i due uomini erano feriti. Chiamarono l’autoambulanza e furono portati d’urgenza in ospedale.
La scientifica raccolse i coltelli e prese le impronte digitali.
Chi aveva colpito mortalmente Miriam…?

Nicola Genovese