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Il caso Wilma Montesi: quando il potere perse la sua verginità

Intervista all’autore del libro sull’omicidio di Wilma Montesi a Torvajanica, tra cronaca nera, documenti ritrovati e storia del nostro territorio.

Pasquale Ragone è uno di quei giornalisti che troppo spesso mancano nelle redazioni delle trasmissioni o dei giornali che si occupano di crimine. Pasquale ha un approccio rigoroso con la notizia, è un criminologo che cerca la verità nei documenti e nelle perizie, dote rara in un panorama mediatico dove conta spesso più la sensazione che la prova.

È direttore di Cronaca & Dossier, la prima rivista di giornalismo forense in Italia, il suo metodo lo riporta nei suoi articoli e nelle sue pubblicazioni. Come in questo suo nuovo libro, appena uscito per Sovera Edizioni, dal titolo “La verginità e il potere – il caso Montesi e le nuove indagini”, che ripercorre con grandi colpi di scena la misteriosa morte di Wilma Montesi, omicidio avvenuto nel lontano 1953 proprio sulla nostra spiaggia di Torvajanica.

Un libro, lo diciamo subito molto bello, che si legge tutto d’un fiato come un giallo di un ottimo autore, con una qualità narrativa che rapisce, dove al centro di tutta l’inchiesta c’è ben salda la figura di Wilma, bella, timida e inquieta, una ragazza di venti anni con una acerba e genuina voglia di vivere stroncata sul nascere. Proprio partendo dal racconto della sua giovane vita si delineerà poi, attraverso i nuovi documenti ritrovati proprio dall’autore, un quadro criminale diverso da quanto, anche ascoltando le voci degli anziani di Pomezia e dintorni si era sempre creduto essere.

Interessante per chi vive questo territorio sarà anche l’accurata ricostruzione storica dell’omicidio, riportandoci ad una Torvajanica antica, arcaica e ancora non contaminata dal cemento, con protagonisti che molti leggendo i nomi riconosceranno: da Fortunato Bettini che trovò il corpo, a Giorgio Manzi e Jole Balelli, primi ad accorrere fino al dottor Agostino Di Giorgio che ne costatò la morte.

Abbiamo incontrato l’autore, che nei prossimi mesi presenterà il libro con degli incontri in pubblico in giro per l’Italia, ed anche a Pomezia e Torvajanica,“luogo del delitto” per farci conoscere qualcosa in più di questa brutta storia, archetipo di tante altre che si sono susseguite in questi 60 anni di storia del crimine in Italia, partendo da una curiosità:

Perché hai scelto di raccontare proprio il caso di Wilma Montesi?

«Mi è sempre rimasta nella mente, tra i tanti casi di cronaca nera, questa vicenda, una ragazza morta in circostanze così misteriose. In particolare mi incuriosirono i dettagli medico-legali, spesso sfuggenti, e le tante, troppe contraddizioni. In quanto criminalista è proprio la presenza di tante tracce, pezzi apparentemente sconnessi tra di loro, ad avermi convinto ad affrontare questa vicenda».

Quanto questa vicenda secondo te è stata importante nelle modalità con cui i media si sono poi nel futuro approcciati a casi come questo?

«Il caso Montesi esercitò negli anni ’50 un potere mediatico fortissimo, al punto da segnare uno spartiacque tra il vecchio modo di fare giornalismo e il nuovo, quest’ultima modalità molto più simile ai criteri attuali nel fare informazione. E vorrei sottolineare come non sia un complimento in toto per il giornalismo. Infatti nella vicenda Montesi hanno trovato fin troppo spazio voci e illazioni che poi nel tempo si sono rivelate prive di ogni fondamento. Fu un modo abbastanza frivolo di fare informazione, con memoriali (non importa se veri o presunti) pagati a peso d’oro da rotocalchi e quotidiani pur di avere la notizia tra le mani. La televisione ancora non era diffusa e quindi la carta stampata, assieme alla radio, era “l’informazione” per eccellenza. Sinceramente, l’avvento della tv non ha migliorato il mondo dell’informazione, anzi forse l’ha peggiorato con la ricerca continua ed esasperata di un sensazionalismo che spesso non c’è».

Quindi secondo te il caso Montesi è l’esempio più lampante di un modo sbagliato di fare cronaca?

«No, quella indicata in precedenza è solo una faccia della medaglia. Come ormai spesso ricordo in presentazioni, interviste e dibattiti anche in ambito criminologico, il caso Montesi mostra il potere distruttivo dei media, però al tempo stesso essi hanno avuto in questa storia il grande merito di dubitare e tirar fuori elementi su elementi che quantomeno hanno permesso a Wilma Montesi di non passare inosservata, chiamando l’Italia ad interrogarsi sulla realtà dei fatti».

Come si lavora ad una inchiesta così lontana nel tempo?

«È una sensazione strana, non lo nego. Così come non nego che una delle emozioni più grandi è stata ritrovare la documentazione sull’Istruttoria della Procura di Roma inerente il caso che si credeva perduta. Le vere indagini, tanto per capirci, quelle che hanno dato a questa vicenda un volto diverso rispetto a quello della prima ora. Ritornando alla domanda, la difficoltà più grande, quando si compiono indagini del genere, è quella di dover innanzitutto ricostruire lo stato dei luoghi dell’epoca e il contesto nel quale è avvenuto il fatto. Anche solo per recuperare la mappa per capire gli spostamenti di Wilma Montesi in merito alle vie dell’epoca è stato complesso. Tante volte si danno per scontate cose che non lo sono e ciò induce in errore. Devo dire che è stato necessario molto tempo , quasi cinque anni, per concludere le ricerche perché le iniziali informazioni sono state corrette proprio in virtù del ritrovamento dei nuovi documenti di cui ho parlato prima e di cui si parla nel libro in maniera dettagliata. E poi altri documenti ancora si sono rincorsi. Basti pensare che il caso Montesi vive “sparpagliato” in ben quattro archivi: quello del Tribunale di Roma, l’Archivio Centrale dello Stato, l’Archivio di Roma e l’Archivio della Corte d’Assise. Ovviamente ho consultato tutti i documenti».

Secondo te è un delitto che viene da lontano o è maturato nel nostro ambito di questo territorio Incastrato tra agro pontino e litorale?

«La mia versione dei fatti parte da una base criminologica e criminalistica. Per dirla in parole semplici, ho cercato di capire dapprima quali fossero tutti gli elementi in gioco e partire da lì. Assieme alla vittima ho compiuto un percorso che oggi mi porta a dire che Wilma Montesi è morta per fatti “piccoli”, sebbene tragici. Nella mia indagine non risultano coinvolgimenti della celebre Tenuta di Capocotta, né che c’entrino droga e festini. Tutto sarebbe partito da Roma per ragioni specificate nel libro, con Wilma in compagnia di una persona di cui si fidava – e nel libro ho inserito elementi credo molto utili per far comprendere chi sia il maggior sospettato – fino a perdere la vita in riva al mare. Permettimi inoltre una nota di soddisfazione nell’avere recuperato quel fascicolo sulle primissime indagini sul caso, avvenute quest’ultime proprio nella zona tra Ostia e Tor Vaianica, e delle quali ne riporto il resoconto dando la dimensione “locale” del caso Montesi prima che diventasse lo “scandalo Montesi”».

Si arriverà mai al il nome dell’assassino?

«È una speranza che temo purtroppo resterà delusa. Nonostante abbia trovato proprio le perizie dell’epoca, oggi penso non si possano compiere più accertamenti per scoprire tracce riconducibili all’assassino di Wilma Montesi. Non abbiamo Dna da confrontare, né testimonianze con dettagli e riscontri inediti. Abbiamo invece una nuova analisi alla luce delle ricerche che ho compiuto, riportando nel dibattito gli indumenti della vittima, vero punto cardine dell’indagine secondo me. Avrei voluto compiere accertamenti sugli abiti di Wilma, ma purtroppo dal Tribunale di Venezia, delegato a custodirli, pare non vi sia più traccia per il troppo tempo passato».

Ci sono storie della cronaca recente che ti hanno fatto pensare al tragico destino della povera Wilma?

«Ammetto di essere rimasto molto colpito dalla morte della giovane Federica Mangiapelo. Tra l’altro, corsi e ricorsi storici, una delle principali testimoni del caso Montesi e che abitava a Torvaianica, aveva proprio il cognome Mangiapelo. Anche questa ragazza trova la morte sulla riva e si dibatte se vi sia stato malore o un omicidio, come per Wilma Montesi».

E nel tuo libro si dà risposta a questo dubbio che dura da cinquant’anni?

«Sì, ovviamente partendo dagli accertamenti medico-legali dell’epoca. Ma il libro va ancora più a fondo per dare risposta su chi e perché portò Wilma Montesi in riva al mare in condizioni già di incoscienza. Do credito alla versione che riporto nel libro perché finalmente tutti i pezzi del puzzle tornano al proprio posto, altrimenti incomprensibili». Dunque nessun grande mistero dietro il caso Montesi?

«Non è proprio così. Il titolo del libro (“La verginità e il potere”, è tale perché si parte dal chiedersi se Wilma Montesi fosse vergine al momento della morte, per poi interrogarsi in realtà su quanto il potere dell’epoca in Italia fosse vergine, incorrotto. Quella che il libro offre è una doppia introspezione, quasi due indagini che vanno in parallelo fino ad un certo punto, per poi seguire percorsi differenti e dare risposte inerenti entrambe al caso Montesi. Si scopre così il timore dell’allora Giudice Istruttore di Roma a continuare le indagini quando si accorse che stava battendo una pista pericolosa, toccando questioni finanziarie interne al Vaticano. C’è un documento indicato come “Segreto” che amo molto e che ho scelto di pubblicare perché credo abbia un valore storico, non solo per questa vicenda, così come altri documenti pubblicati nel libro, tutti inediti, che testimoniano un clima pesante e misteri racchiusi come in scatole cinesi. Non mancano i riferimenti a due indagini, una degli anni ’70 e una dei giorni nostri, che credo chiariscano punti importanti del caso Montesi. Alla fine, ci si accorge insomma che il sistema del potere in Italia in realtà non è praticamente mai cambiato».

(Pasquale Ragone – La verginità e il potere, il caso Montesi e le nuove indagini – Sovera Edizioni 2015)

Mauro Valentini