Home Doppio Nodo Cannabis, “la sentenza della Cassazione ha legittimato l’estensione del modello Macerata”

Cannabis, “la sentenza della Cassazione ha legittimato l’estensione del modello Macerata”

Dopo il clamore mediatico degli ultimi giorni determinato dalla sentenza della Corte di Cassazione del 30 maggio e il panico generato dall'aumento dei provvedimenti contro i cannabis store in tutta Italia, facciamo il punto sulla situazione con il legale di Federcanapa; l'avvocato Giacomo Bulleri.

Avvocato ci commenta questa sentenza dal punto di vista tecnico?

Giudizi affrettati sono difficili, perché da una settimana si stanno commentando praticamente solo quattro righe. In attesa delle motivazioni è difficile dare un giudizio su cosa cambia o possa cambiare concretamente. Fatto sta che è una sentenza che a mio parere ha sancito un po’ l’ovvio. Cioè che non ha avuto quella portata e quell’impatto chiarificatore che tutti si aspettavano, perché da un lato ha ribadito che nella legge 242 non vi è menzione della commercializzazione delle infiorescenze, e questo lo sapevamo, dall’altro ha riaffermato un orientamento che è posto in essere almeno dal 1989, secondo cui vendere un prodotto che non ha efficacia drogante non è reato. Il limite rispetto all’efficacia drogante è stato stabilito alla fine degli anni 80 nello 0,5% dalla Cassazione sulla base della letteratura scientifica.

“La sentenza della Cassazione ha legittimato un maggiore atteggiamento repressivo”

A cosa attribuisce allora tutto questo clamore? È evidente l’atteggiamento repressivo delle forze dell’ordine.

Questa volta ‘impatto mediatico, socio-economico e politico è stato molto forte. Se analizziamo i fatti dell’ultimo mese vi erano già stati dei provvedimenti volti a intensificare i controlli, e questo era assolutamente lecito, dopo di che la Cassazione è stata presa un po’ come un ulteriore impulso a creare una maggiore stretta sugli store e fare più controlli. Ma a mio avviso giuridicamente non è cambiato il quadro complessivo rispetto a prima.

Però in generale il comportamento delle procure sta cambiando. Non pensa si tratti di comportamenti politici di queste, suffragati oggi maggiormente dalla pronuncia della Corte di Cassazione che pare lasciare loro un certo margine interpretativo?

Sì; le forze dell’ordine avranno sicuramente delle indicazioni. È cambiato l’approccio perché il fatto che una pronuncia della Cassazione a sezioni unite dica che la commercializzazione non è non è contemplata dalla 242  le ha fatte sentire maggiormente legittimate a fare maggiori controlli e interventi repressivi.
È questo è il punto. Secondo me la Cassazione ha legittimato una sorta di estensione del ‘modello Macerata’. Il ‘modello Macerata’ in realtà era un modello in cui, anche a fronte di sentenze che invece avevano ritenuto lecita la commercializzazione, si riteneva che comunque si dovesse applicare il Testo Unico Stupefacenti, dopo di che era onere del singolo negoziante provare che il prodotto non avesse efficacia drogante. Tutto ciò all’atto pratico comporta molto perché in questa situazione prima si sequestra e poi si va a verificare in sostanza, creando un danno e dei costi al rivenditore.

“Questo è un clima che disincentiva anche il cliente”

Dal punto di vista del negoziante, infatti, se mi venisse sequestrata merce che costituisce il 70% del fatturato della mia attività, dovessi pagare le eventuali sanzioni e contestualmente un legale in quanto verrei indagato per spaccio di stupefacenti, allora andrei probabilmente in rovina.

Sì, è questo che intendo parlando di impatto socio-economico perché questa impostazione che colpisce la vendita al dettaglio è chiaro che va a limitare fortemente la possibilità di fare affari del piccolo imprenditore del settore specifico della canapa. Le grandi aziende, o magari i tabaccai che vendono anche altri tipi di prodotti non legati alla cannabis, sono forse toccati di meno da questo punto di vista. Inoltre secondo me questo clima disincentiva anche i clienti interessati ad acquistare cannabis light.

Avvocato abbiamo stimato che il 65% dei cannabis store romani ha ritirato precauzionalmente dal commercio i prodotti basati su foglie e infiorescenze. Lei cosa consiglierebbe a un suo assistito?

Gli consiglierei, prudenzialmente e se ne ha lo possibilità, di farsi qualche giorno di vacanza e aspettare che si dissipino un po’ le nebbie perché al momento rimanere aperti significa affrontare la situazione e andare incontro ad un procedimento sicuro che comporterebbe ulteriori spese. Detto questo la scelta deve essere fatta in piena coscienza dall’imprenditore. 

“In realtà questa sentenza sta lanciando la palla al legislatore, a cui non si vuole e non si può sostituire”

Cosa si capirà con la pubblicazione delle motivazioni della sentenza della Cassazione?

Si capirà l’impianto logico-giuridico di questa sentenza, ovvero se sia vietata in toto questa attività. Tradotto: se non si possono vendere le infiorescenze a uso tecnico, quindi se si potrà solamente realizzare i prodotti elencati tassativamente dalla legge. Rimarrà comunque un vuoto giuridico rispetto al fatto che ciò costituisca o non costituisca reato, ed eventualmente sul tipo di reato in questione. 

Come mai questa sentenza appare quasi come un cane che si morde la coda?

La Cassazione doveva rispondere al quesito di diritto che era stato posto. Siamo in sede penale e si doveva rispondere a questo: “condotte diverse dalla sola coltivazione di canapa sono reato oppure no?”. La risposta è stata questa: “La commercializzazione non è presente nella 242”. Però non ha detto: “È reato la commercializzazione” e fine dei giochi, quindi qui uno spazio c’è.
Secondo me in questo caso la Cassazione non ha voluto sopperire alle mancanze della politica. Ha affermato cose che già sapevamo rilanciando la palla al legislatore, e da lì devono provenire le soluzioni a questo pasticcio.

“Quando ci sono di mezzo le famiglie e i posti di lavoro, trovare una soluzione è interesse di tutti”

In termini pratici bisogna emendare la legge 242 per risolvere strutturalmente il problema?

Certo. Emendarla in un senso o nell’altro. O con una nota di chiusura che dica: “No, assolutamente non si possono commercializzare le infiorescenze”, oppure emendarla stabilendone i confini. Le associazioni di categoria, peraltro, è un anno e mezzo che chiedono una regolamentazione. Per me in questo momento è necessario dialogare con le istituzioni, e non prenderle di punta, e questa è una occasione per farlo. È vero che il momento politico non pare il più propizio per la categoria, ma quando ci sono di mezzo dei posti di lavoro è interesse di tutti trovare una soluzione condivisa.

Quanto incide sull’economia italiana, secondo Federcanapa, il mercato della cannabis light?

Si parla ad oggi di un volume d’affari di 150 milioni di euro in Italia. Ma a livello europeo tutto il settore, considerando tutti i prodotti derivati come cosmetici, alimenti o capi d’abbigliamento, ha un valore di 36 miliardi.

Questa legge 242 insomma è pensata male. Di chi è la colpa di questa enorme criticità?

È una legge che viene da esigenze diverse. Le leggi non sono mai fatte bene o male; molto dipende anche da come si vogliono interpretare. Se vengono interpretate in maniera restrittiva come è stato fatto nel nostro caso è chiaro che poi creano dei problemi. Magari in altri paesi, dove alle parole viene dato un significato, tante questioni non ci sarebbero state, perché non è vero che questa è una legge che riguarda solo la coltivazione, riguarda la promozione di una intera filiera. La filiera per definizione è tutto quell’insieme di attività produttive che vanno dalla semina all’utilizzo del prodotto finito. Invece vogliono impedire la vendita di alcuni prodotti senza che questo sia espressamente legato ad una norma.