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Cultura

“Il Natale”, il nuovo racconto di Nicola Genovese

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Il Natale di…quanndu eru picciriddu…
Nonostante gli anni che sono passati, ricordo con commozione il Natale che trascorrevo in Sicilia.

Già dalla Festa dell’Immacolata, mio nonno iniziava a scartare tutti i pastorelli che l’anno prima aveva riposto incartati in vecchie scatole di scarpe.
In un angolo della stanza da pranzo, vicino al caminetto, preparava un tavolo dove poneva sulla base un foglio di cartone ricoperto di muschio che noi nipoti avevamo procurato.
Con delle piccole scaglie di marmo bianco realizzava i viottoli che conducevano alla capanna della natività. Tutto intorno sistemava le diverse casette e i pastorelli. Era usanza che noi nipoti ogni anno compravamo con i nostri risparmi un pastorello e lo sistemavamo nel presepe.

Con la farina innevava gli spazi vicini alla capanna e per ultimo accendeva le luci che davano vita a tutto il presepe.
Nei nove giorni che precedevano il Santo Natale, dal 16 al 24 Dicembre, mi recavo in chiesa con i compagni dell’Azione Cattolica per celebrare “a nuvena” (la Noveva).
In quella ricorrenza, davanti al bellissimo presepe che il parroco aveva allestito nella Chiesa Madre, chiamata in dialetto “Matrice”, sostavano i “ciaramiddari”
(zampognari) che eseguivano il canto della “nuvena”.
Negli ultimi giorni antecedenti la Vigilia di Natale giravano per le strade del paese dando fiato alle loro “ciaramelle.”
Si fermavano a suonare di fronte alle “putie”(negozi), alle abitazioni e ne ricevevano in dono arance, mandarini, castagne, fichi secchi, e “cosa duci fatti n ‘casa.” (dolci fatti in casa): che atmosfera! Com’era bello! E com’era sentito allora il Natale.
Non era la fiera della vanità e del consumismo con negozi e boutique addobbate per attirare i clienti.
Allora non c’era il benessere e il lusso di oggi.
Molti aspettavano le feste poiché solamente in quei periodi era possibile mangiare tutte le cose prelibate desiderate durante tutto l’anno.
I ragazzi non ricevevano giocattoli o oggetti costosi, ma cose utili come scarpe, maglioni, calzini, camicie, libri.
Erano felici con poco!
La sera insieme ai cugini ci radunavamo a casa dei nonni e giocavamo a tombola.
La nonna ci distribuiva i fagioli per segnare i numeri estratti sulle cartelle.
La ricordo molto bene! Ben pettinata con i capelli a tupé, seduta intorno alla “conca”, ovvero un braciere in rame posto in mezzo a una pedana di legno circolare come base d’appoggio. Si scaldava e ogni tanto buttava sul fuoco le bucce d’arancio che lasciavano nell’aria un dolce profumo.
Poi metteva sulla brace le castagne che scoppiettavano.
Non appena abbrustolite, le serviva con un dolce sorriso.
Il giorno di Natale tra zii, zie e nipoti eravamo in venti intorno a una grande tavola che occupava quasi tutta la stanza da pranzo. La nonna insieme alle figlie aveva preparato già dal giorno prima il menù natalizio. Iniziavamo con l’assaggio di sottaceti e baccalà fritto in pastella.
Seguiva la pasta ”n’caciata” e subito dopo, come secondo, il capretto al forno con patate. Non potevano mancare i cannoli e per finire un bicchierino di Malvasia di Salina ben fredda.
Dopo il pranzo scartavamo i nostri pacchetti ed eravamo felici dei regali ricevuti.

Nonno era molto attaccato a noi nipoti e diceva sempre “ …..i niputi sunnu u ‘premiu di la vecchiaia”…. (i nipoti sono il premio della vecchiaia).
Ci faceva trovare sotto il piatto una busta con cinquanta lire, sufficienti per andare al cinema e comprare le noccioline americane.
Vedevamo esclusivamente i film di indiani e cow boy.
Avevo 10 anni e quell’anno rinunciai ad andare al cinema per comprare il primo numero di Topolino uscito proprio nel 1949.
Costava 60 lire e con l’aggiunta di 10 lire, che avevo da parte, lo comprai.
Che gioia! Che soddisfazione nel leggere quell’originale fumetto.
I miei compagni di scuola a turno facevano a gara per averlo in prestito.
In seguito divenne la mia lettura preferita alla cui spesa mensile partecipavano anche la
mamma, gli zii e gli altri nonni.

In questo giorno di pace riflettiamo:

Il Natale e il Presepe non possono essere svuotati del loro profondo significato.
Difendiamoli! Sono ricorrenze legate al culto della famiglia.
Rappresentano oltre che la nostra fede anche la nostra cristianità e la nostra identità culturale.

BUON NATALE

Nicola Genovese

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Il Corriere della Città è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Velletri n. 19 del 24/09/2009
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