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WINDAY – Taranto si tinge di giallo tra finzione e realtà

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Il nuovo libro di Daniela Stallo da oggi in libreria

Siamo a Taranto, è giovedì santo, ed è wind day. Il maestrale investe la fabbrica e sposta le polveri sottili. Lucrezia Saniva, fotografa per passione e commessa in una cartoleria per sbarcare il lunario, vive sola in una casa degli spiriti e dialoga col fantasma del commissario Maigret. A mezzanotte, prima della processione dell’Addolorata, un attentato all’Ilva ferma la città, i riti della Settimana Santa e colpisce alcuni membri della famiglia Volk, simbolo del gruppo siderurgico. Le indagini del dottor Iacovelli, col quale Lucrezia collabora, si indirizzano prima verso il gruppo che negli anni Settanta aveva fallito un attentato all’Italsider, poi verso esponenti di associazioni ambientaliste. Tra rigurgiti di terrorismo, un furto al Museo e un’antica narrazione collettiva, si snodano semplici storie personali sullo sfondo di una città complicata e bellissima.

Copertina del libro (Armando Editore)

Un romanzo dunque ricco di passione e di tensione. Un’autrice, Daniela Stallo, che conosce l’arte della narrazione emotiva, che sa come costruire, pagina dopo pagina, quella tensione e quel mistero che sono caratteristiche essenziali dei gialli e dei noir in genere.

Ma Winday (Armando Editore) fin dalle prime pagine fa comprendere a chi legge di essere molto di più.

Il Corriere della Città ha incontrato l’autrice. Una chiacchierata tra i libri, tra i vicoli di Taranto. Con il fantasma sornione di Maigret accanto.

Ci racconti la genesi di questo romanzo? Come e perché decidi di raccontare questa storia.

Ci sono genesi plurime? Se penso a come è nata l’idea del romanzo potrei dire che venuto dal “ti immagini se”: ti immagini se quello a cui siamo abituati, a un certo punto, non accadesse, senza spiegazione, senza preavviso. Ti immagini se a un certo punto l’Ilva, per incanto, si spegnesse? Ti immagini se la processione del giovedì santo a Taranto non uscisse? Pensavo questo, quando sapevo che solo la guerra l’aveva fermata e non immaginavo che il Covid ci sarebbe riuscito di nuovo.

Il “ti immagini se” è rimasto lì. Avevo già trovato dei manoscritti, anni prima. Poi un amico, studioso di storia locale, mi parlò degli anni Settanta all’Italsider di Taranto. Ho fatto delle ricerche. Giornali dell’epoca, qualche pubblicazione. Gli anni Settanta sono quelli, i fatti li ho modificati, scompigliati, ma sono rimasti una buona traccia

E le cose si sono incastrate in un’idea unica.

Il titolo: puoi spiegarlo e perché rimanda immediatamente a Taranto?

Il titolo è una contrazione tra wind e day, che è l’espressione più corretta e che, infatti, è utilizzata durante la narrazione. Una contrazione che nel racconto scompare e torna nei ranghi, ma per cercavo una formula di impatto, per un attimo ho anche pensato di scriverlo in dialetto. Il libro poteva anche intitolarsi “Considera il vento”, per un attimo è stato valutato, in redazione, perché il vento, nella trama, è una variabile importante, una circostanza che cambia gli eventi.

Winday è una parola che ricorre spesso, sui giornali, in maniera corretta, tra la gente, in maniera contratta. È un giorno di vento speciale, di vento infame, che non porta niente di buono e solleva polveri cattive dell’acciaieria.

È in quel giorno di vento, un giovedì santo, che, nel libro, succedono delle cose, non a causa del vento, ma dentro il vento e con il suo favore.

Daniela Stallo

Che donna è Lucrezia ? 

Lucrezia Saniva è una fotografa per passione, ma in effetti fotografa poco. È commessa in una cartoleria, vive sola in una casa della città vecchia e parla col commissario Maigret. Ma è una donna che guarda, guarda indietro, osserva il passato suo e quello della città, passa il tempo a farci i conti. Guarda il suo, di futuro, in un’altra città qualsiasi purché lontana. Guarda un amore irrisolto e se ne compiace, guarda mare e ciminiere dall’altana di casa. E poi aspetta. Lucrezia è un prototipo. Ruvida, un po’ asociale, diretta. 

In questo noir un ruolo importante lo ha l’Ilva. Da tarantina, e da professionista che vive lontano ora dalla sua città, cosa ha significato per te quell’ acciaieria

Vorrei dire, innanzitutto, che questo libro è un’opera di narrativa, non un saggio, non un’inchiesta, non ne ha le velleità. Ci sono libri eccellenti, anche recenti, che analizzano questi aspetti. Volevo raccontare una storia, delle storie. Raccontare con una voce diversa il rapporto che ha Taranto con l’Ilva.

Gli attentati all’Italsider degli anni Settanta sono stati in realtà un buon avvio per il racconto, e l’Ilva è un palcoscenico.

Da bambina era l’ultima cosa che vedevo uscendo da Taranto, nei viaggi in cinquecento con mio padre, e la prima che incontravo tornando. E così negli autobus ai tempi dell’università. Ti entra nell’occhio, la registri, diventa paesaggio, panorama.

Poi l’ho focalizzata, a distanza, e nel libro parlo, raccontandolo, del dilemma eterno tra salute e lavoro, e il rancore per le famiglie e gli enti che ne hanno avuto la proprietà. Lo dico, che è causa dei nostri mali, non c’è una famiglia tarantina che non ne sia stata ferita. E andarsene, personalmente, non è stato utile. L’Ilva ti lavora dentro in silenzio quando ci vivi, nel paesaggio, e poi ti viene dietro. Nel romanzo ho raccontato i pensieri della gente che scruta l’acciaieria da lontano, di chi la combatte, di chi si rassegna. Comunque è un romanzo, e un po’ di finzione era necessaria.

Taranto dunque. Teatro di questo romanzo e anche protagonista. Com’ è il tuo rapporto con la città ora?

La guardo da lontano, non vedo l’ora di tornarci e appena arrivata fremo per andare via. Un prototipo anch’io, malata come molti della città, di un male particolare, quell’altalenarsi se andare o restare; una volta distanti, la voglia di rientrare e, appena tornati, l’impellenza di fuggire. Una maledizione.

Taranto è la città dei ricordi, che confondo, che si modificano, diventano abnormi o talmente piccoli che non riesco più a vederli. È il desiderio, quello che avrei voluto fosse stata, e mi avesse dato. La amo, un amore irrazionale, e non la sopporto.

Si deduce, leggendo il libro, la tua passione per i gialli di Simenon. Cosa legge Daniela quando non scrive? E quali sono i cinque libri che porteresti con te dovendo fare un lungo viaggio?

A dieci anni ho trovato nello studio dei miei genitori l’intera collezione dei gialli di Simenon della Mondadori. I libri erano di mia madre, li aveva letti tutti e li aveva riposti insieme a quelli di Cronin. Li ho letti e riletti, negli anni ho comprato altre edizioni, li colleziono, a casa ho scaffali dedicati, altarini, proprio come Lucrezia nel romanzo. Mi piace Simenon, ma ho un rapporto personale con Maigret, ho negli anni immaginato la sua Parigi, il suo ufficio, la brasserie Dauphine.

Adesso leggo di tutto, ogni genere, qualunque autore mi incuriosisca, adesso che non devo dare conto delle letture, che la formazione per dovere è finita, e ogni momento dell’anno ha le sue letture. In un lungo viaggio porto spesso libri che ho già letto, che mi tengono compagnia. Non credo siano i migliori di tutti i tempi, ma di certo quelli che, tra gli altri, mi hanno emozionato: Festa mobile, Il porto delle nebbie, Il gattopardo, Lo straniero e le poesie di Kavafis.

 

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