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La Breast Unit di Latina: storia di coraggio e abnegazione nella lotta contro il tumore al seno

a cura di Marina Cozzo

DIARIO PONTINO Magazine ha recentemente dedicato al prof. Fabio Ricci, Direttore Clinico della Breast Unit di Latina, un lungo articolo, a firma della giornalista e scrittrice Mariassunta D’Alessio. Un omaggio meritato al senologo che si sta dedicando da anni alla cura del tumore alla mammella e che, grazie ai suoi studi, i suoi riconoscimenti internazionali, la sua determinazione, ha contribuito alla nascita del Centro Multidisciplinare di Senologia che oggi dirige assieme al dott. Carlo De Masi e al quale si rivolgono sempre più donne della Regione Lazio ed extra Regione. La Breast Unit Aziendale ubicata  all’ospedale Santa Maria Goretti di Latina,, si va confermando come un modello di qualità e sicurezza per le donne affette da tumore al seno, per le quali è una vera garanzia a tutti i livelli.

La Breast Unit elimina gli squilibri territoriali e le disuguaglianze sociali con un riconosciuto incremento del 20% di sopravvivenza delle donne che si rivolgono a questa struttura rispetto ad altre che scelgono di farsi seguire in altri ospedali generalisti. Tanti motivi per sottolineare l’importanza di questa e di tutte le Breast Unit che le donne e Associazioni importanti tra cui Europa Donna hanno richiesto e voluto sul territorio nazionale. Latina vanta una Breast Unit  di eccellenza con Unità Operative Ospedaliere ed Universitarie della Sapienza di Roma, Polo Pontino, inserita nel circuito europeo di Senonetwork  e nel percorso didattico della Scuola di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva dell’università Sapienza di Roma diretta dal prof. Diego Ribuffo. Per questo la gratitudine verso il prof. Ricci e la sua équipe cresce di giorno in giorno così come la voglia di celebrare questi “EROI” del nostro tempo quali sono-appunto- gli operatori sanitari che prestano attenzione, cura e sostegno alle donne che si ammalano di tumore al seno.

Il chirurgo Fabio Ricci è il Direttore Clinico della Breast Unit del Santa Maria Goretti.
Luminare nella lotta contro il tumore al seno che ogni anno in provincia colpisce oltre 300 donne. Anche attraverso l’arte aiuta le sue pazienti ad accettarsi. Tra i fondatori del manifesto rosa, emblema della prevenzione che salva la vita.
“La malattia getta nel buio, occorre far ritrovare la luce”

 

L’IDOLO delle DONNE (Autore: MARIASSUNTA D’ALESSIO)

E’ l’idolo delle donne. Delle donne malate che cura, accudisce, vezzeggia, vizia e coccola e che vivono grazie a lui . Ognuna gli deve qualcosa. Oltre la salute.

Fabio Ricci, chirurgo senologo, ricercatore e direttore clinico della Breast Unit del Santa Maria Goretti di Latina, ha sposato in pieno la causa delle donne colpite da tumore al seno, nel senso letterale ed etico del termine, con tutte le conseguenti problematiche e gli assilli psicologici che questo comporta. Colto e amante dell’arte, trasmette questi raffinati saperi in ogni occasione. In un recente convegno nazionale a Sabaudia, organizzato dalla Lilt di Latina, Lega italiana per la lotta contro i tumori, ha accompagnato la sua relazione con una serie di diapositive con all’oggetto il seno raffigurato dai più grandi pittori di ogni epoca. Non poteva mancare la nostra regina Camilla, l’Amazzone narrata da Virgilio e regina dei Volsci. Si narra che lei si sia fatta bruciare una mammella per essere più agile nell’uso dell’arco. Il seno dunque in tutte le sue declinazioni, anche malato, perchè si impari ad accettarlo. Non solo. Ricci è dotato di una raffinatezza culturale che al di là della camera operatoria, usa con retorica vivace e suadente, come solo gli uomini d’azione sanno essere, per convincere le donne a fidarsi di lui. Sempre pieno di iniziative, pur di coinvolgere chi già sa e muovere chi non sa, parlando e sollecitando quella tanto importante e proficua prevenzione, che salva la vita. Ed ecco allora nel 2015, a Ventotene, isola degli esilii per eccellenza e del manifesto europeo, nascere, sempre per esorcizzare questa terribile malattia, il Manifesto Rosa. Non più confini e carcere, ma speranza di vita, che attraversa le coste dell’isola con un logo. L’idea fu casuale. Un giorno insieme ad Alessandro Rossi, presidente della Lilt di Latina, videro una nave rosa che solcava l’orizzonte di quel mare splendido. Una nave rosa non la si vede tutti i giorni. In quel luogo poi. Interpretarono quella figura che si stagliava lontano come una nuova simbologia molto congeniale alle loro battaglie: Ventotene, il Manifesto, il mese di ottobre e la Nave Rosa. Un cocktail importante. Come non tenerne conto? Un clic e quella nave diventò il simbolo di un nuovo coraggio. Quello delle donne che combattono contro una minaccia che se presa in tempo salva davvero molte vite. E un nuovo Manifesto. Il Manifesto Rosa di Ventotene per fare tandem con il messaggio della Lilt for Women: “Fai prevenzione: proteggilo anche tu!”.
Si, perchè, dovete sapere che Ricci e la Lilt sono una cosa sola. Dopo il manifesto rosa, la “Magna Charta Rosa”. Altra grande inziativa che si rifà alla “sorella” più famosa, la Magna Charta, emblema storico della rivendicazione dei diritti degli oppressi. Rosa, perché la donna aggredita dal tumore deve trovare la forza di uscire dallo stato di paura e inferiorità. Ma non basta mai. “Perchè è’ importante – dice Ricci – avviare una grande collaborazione tra malati, operatori sanitari, istituzioni e società civile al fine di riaffermare con la stessa valenza di quella Charta, l’inviolabilità dei diritti individuali, rispetto ad ogni arbitrio di potere”. Di fatto, un moderno “contratto sociale” per il diritto alla salute delle donne. Un diritto naturale, universale, indivisibile, inalienabile.

I dati della provincia

In provincia di Latina abbiamo più di 300 nuovi casi l’anno e bisogna saperli trattare – ripete a tutti Fabio Ricci – e curare in centri adeguati, come le Breast Unit. Ecco” la sintesi di tutto. Che cosa è una Breast Unit è presto detto. E’ un centro di senologia multidisciplinare e rappresenta una nuova opportunità di cura e assistenza, regolata da specifiche linee guida nazionali, che permette alla donna di affrontare il tumore al seno con la sicurezza di essere seguita da un team di specialisti. La malattia viene curata secondo i più alti standard europei e la donna accompagnata nell’intero percorso di malattia.
Il tumore al seno è una malattia molto complessa: prima di tutto non esiste un solo tipo di tumore al seno, ma ne esistono molti che differiscono anche a livello molecolare e quindi ciascun tumore va identificato nel modo corretto, affinché si possa stabilire la terapia più mirata ed efficace per ogni donna. È fondamentale che i diversi specialisti si scambino le informazioni e discutano insieme ogni singolo caso. Alle opinioni personali di un solo clinico si sostituisce una decisione collegiale che poi va spiegata alle donne, che sono al centro della cura.
Il tumore al seno è la neoplasia più frequente nella popolazione femminile e causa, ahimè, il maggior numero di decessi, dice Ricci. Ci sono però dati confortanti. Chi viene curata in questi centri ha più possibilità di guarire. E ha in più una migliore qualità di vita. Insomma il fatto di non sentirsi abbandonata mette la donna in una condizione privilegiata.

Che succede quando una donna viene a sapere di essere malata?
“In un primo momento, tra il mondo della paziente e gli operatori sanitari – spiega Ricci – si crea un vero e proprio muro, i cosiddetti “modi barriera”, per cui diventa difficile comunicare, far passare informazioni preziose alla donna che, al momento della diagnosi, subisce un terremoto interiore che la fa letteralmente precipitare in una caverna buia senza fondo”.
E’ il momento giusto per la sua “presa in carico” dalla équipe multidiciplinare di operatori sanitari che le forniscono informazioni su tutto l’iter diagnostico-terapeutico che dovrà poi affrontare, accompagnandola nel percorso di conoscenza chiamato “spirale virtuosa”.
“Una spirale che parte dal fondo buio della caverna – spiega ancora il medico – La paziente appena viene a sapere, diventa confusa, disorientata e, percorrendo i cerchi della spirale, ha spesso l’impressione di tornare al punto di partenza. In realtà percorre progressivamente un cammino a tappe elevandosi a un livello superiore che, alla fine, la condurrà dalle tenebre della malattia alla luce della guarigione. E’ l’interpretazione in chiave moderna del mito della caverna di Platone”.
“Gli interventi – spiega Ricci – con la mastectomia, un tempo erano per lo più demolitivi. Oggi con la Breast Unit sono per la maggior parte di tipo conservativo e contemplano pure la chirurgia oncoplastica. Da noi avvengono peraltro in day-surgery e in anestesia locale, con grande vantaggio psicologico per le donne che non restano a lungo lontane dalla famiglia”.

La nascita del logo

La Breast Unit non può rimanere una organizzazione di nicchia. Occorre darle visibilità. Anche con un logo. E a idearlo è Donatella Cipolla, decoratrice e laureata all’Accademia delle Belle arti di Roma. Ha dovuto studiare molto prima di buttare giù il bozzetto. Ha seguito quello che dicono di Ricci, le donne su Facebook. “Alcune lo venerano letteralmente perché, con la sua équipe, è riuscito a farle emergere dal buio più profondo della malattia, ha stimolato la loro forza di volontà per affrontare meglio il tunnel del cancro”. Grande appassionato d’arte, spiega ancora la Cipolla, Ricci la indirizza a osservare le statue che si trovano davanti il palazzo M di Latina e a prendere un’idea. Lei vorrebbe andare oltre. E studia Canova e Raffaello ma poi torna al suggerimento e alla statua di palazzo M e il logo prende forma. Chi è la donna della statua? “Una donna sicuramente forte che si recava nei campi portando, aggrappata al collo, la propria prole, con in braccio anche il vitto perché sarebbe rimasta fuori tutto il giorno a zappare i campi, a bonificare quel territorio per conquistare la propria terra… Una donna guerriera, che lotta tutti i giorni per la sopravvivenza sua e dei suoi cari”.
Il logo della Breast Unit di Latina è la donna guerriera della bonifica. Ma non basta mica un logo. Occore spiegare, coinvolgere, interessare, sensibilizzare e trascinare le donne a tenersi controllate. Ricci quando non opera, va su e giù per la provincia. Incontra sindaci, amministratori, operatori e donne. Va nel carcere a sensibilizzare le detenute perchè anche lì è importante che si curino. Apre e chiude gli ormai famosi “Ottobre rosa”. Ogni anno in un Comune diverso. Quest’anno l’apertura si è svolta nel palazzo comunale di Minturno. La “battaglia” paga. E lui lo sa. L’iniziativa dello scorso anno ha avuto un grande successo. Gli esami effettuati sono aumentati del 19% rispetto all’anno precedente. Anche per le donne fuori fascia screening si registra un meraviglioso +38%. E i 33 comuni rispondono, aderendo a questa campagna e illuminando di rosa un monumento per tutto il mese di ottobre. Ognuno fa qualcosa e la goccia si sta allargando.
Da Gennaio 2010 un gruppo di donne operate al seno si allenano sul lago di Sabaudia con i Dragon Boat e partecipano ai vari campionati nazionali e locali organizzati dalla Lilt. La meravigliosa squadra capitanata da Anna Maria De Cave, quest’anno a Bari, al Trofeo nazionale Dragon Boat Lilt, ha vinto il terzo posto. Ma per loro conta aver vinto il cancro, dicono sorridenti. Ci sono le donne che tricottano. Recentemente il gruppo guidato da Anna Bruno, anche lei volontaria Lilt, ha rivestito di rosa le panchine, gli alberi e i cespugli di piazza del Popolo. Un movimento infaticabile, che non si ferma. Perchè “infaticabile è lui che ama sempre ripetere la cultura è l’arma più potente che possiamo utilizzare per cambiare il mondo” diceva Nelson Mandela.
Il 2 giugno di quest’anno è arrivato per lui il più grande riconoscimento deciso dal Presidente della Repubblica: Commendatore della Repubblica Italiana. Glielo ha consegnato una donna: il prefetto di Latina Maria Rosa Trio. Fabio Ricci, Alessandro Rossi, Carlo de Masi, Antonella Calogero dell’Università pontina e i tanti altri medici, il Prefetto, i sindaci e gli amministratori pontini e i tanti volontari che ruotano intorno alla Lilt, hanno deciso che le donne, a cui il cancro ha costretto a reinventarsi una seconda vita, vanno aiutate, dandogli una seconda chance: quella di vivere bene e il più a lungo possibile.