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Cronaca di Roma

Ostia. ‘Qui comandiamo noi. Se denunci muori!’, e gli puntano una pistola addosso: anni di minacce e terrore per far tacere imprenditore che scopre la malavita nella sua azienda

“Se denuncia evidentemente non ha tanta paura”: le scioccanti parole (scritte) di un magistrato

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“Sono un imprenditore romano. Ho lavorato a Ostia dal 1997 al 1999 e dal 2005 al 2011 sono stato socio di un’importante azienda lidense”. Esordisce così Gianluca, di cui non riveliamo il cognome per tutela della privacy e per evitare ritorsioni, per raccontare la sua storia di vittima di un sistema che vede come reati evasione fiscale, droga e riciclaggio di denaro.

Nel 2011 Gianluca scopre che l’autosalone dove è socio ha un debito verso l’erario di circa 400 mila euro. Ne parla quindi con l’amministratore e con gli altri soci, ma la reazione non è quella che si aspetta. “Mi hanno risposto di farmi gli affari miei”, spiega Gianluca, “perché loro avevano contatti con la criminalità organizzata di Ostia, legata a famiglie casertane e napoletane, e per me sarebbe stato meglio non impicciarmi in queste cose. Probabilmente millantavano questo legame, forti del fatto che proprio in quel periodo l’amministratore dell’azienda si ritrovò anche a gestire il un importante stabilimento balneare, sottoposto a sequestro giudiziario del Tribunale di Roma, incarico avuto grazie alle sue conoscenze con una persona all’interno del Tribunale Sequestri e Confische di Roma”.

La truffa all’erario: 789 mila euro di evasione da mettere a tacere

Lei come ha reagito?

“Non mi sono fatto intimidire e ho denunciato quanto scoperto. Il tribunale civile di Roma ha sospeso l’amministratore dal suo incarico, accertando, qualche anno dopo, un debito che era addirittura di 786 mila euro e non di 400 mila come pensavo. Ma ovviamente non presero bene la mia decisione, anche perché grazie a delle mie denunce si arrivò a un arresto. Ma prima di giungere a questo ci sono state le minacce: tentavano di spaventarmi affinché io lasciassi l’azienda, perché restando potevo vedere quello che succedeva realmente all’interno. Già da tempo mi ero accorto dei movimenti strani che avvenivano, ma non avevo mai detto nulla fino a quando non mi ero accorto del debito verso lo Stato”.

Ha parlato di un arresto: può raccontare come è avvenuto?

“Nel settembre del 2009 un nostro cliente, che si fingeva avvocato, ma che invece era ricercato dal 1994, apprese delle nostre problematiche interne all’azienda e dei problemi che avevo con l’amministratore e una parte dei soci e, in cambio di un’esosa parcella, si propose come mio legale; nell’aprile del 2010 scoprii che non era un avvocato e che non tutelava i miei interessi bensì quelli della controparte. Decisi quindi di non saldare la parcella e per questo fui minacciato di avere il locale incendiato dai suoi amici di Ostia, Napoli e Caserta. Ovviamente lo denunciai e per questo fu arrestato e condannato in primo e secondo grado per estorsione e truffa. A seguito del suo arresto, nei giorni successivi entrarono due soggetti in azienda con accento campano e, minacciandomi con una pistola poggiata sulle mie gambe, mi dissero «le denunce non si fanno», per cercare di spaventarmi”.

“Se apri ti incendio il locale”

Cosa è successo dopo?

“Hanno continuato a minacciarmi in tutti i modi. Prima per costringermi ad andarmene dall’azienda, ma anche da Ostia. Volevo aprire, con altre persone, una nuova attività dalle stesse caratteristiche di quella da cui mi volevano mandare via, ma uno dei soci – che oltretutto mi propose di diventare usuraio e spacciatore di droga – dopo avermi chiesto di mettere la sua quota di denaro al posto suo, pretendeva anche di avere nella nuova società una quota pari alla mia, anche se le proporzioni stabilite inizialmente non erano quelle. Al mio rifiuto disse che se avessimo aperto ci avrebbe incendiato il locale con l’aiuto dei suoi amici di Ostia, Napoli e Caserta, quindi desistemmo dall’iniziativa. Si trattava di un investimento di circa 300.000 euro. Ma ci sono stati anche altri episodi, come quando mi hanno messo un cartello di notte davanti al portone di casa con scritto “Infame, queste cose non si fanno”. Non vivevo più. Hanno terrorizzato me e mia moglie. Mi intimidivano nell’azienda di Ostia, nell’ufficio di Roma, a casa, mentre ero in macchina, di giorno e di notte. Un giorno mi hanno affiancato mentre ero in auto, sul ponte della Scafa, insieme a mia moglie. Mi hanno puntato una pistola in faccia e mi hanno intimato di andarmene. Hanno distrutto il mio matrimonio perché mia moglie, sconvolta, alla fine, dopo anni di paura, mi ha lasciato ed è tornata dai suoi, al nord Italia, con la figlia che nel frattempo avevamo avuto e che aveva solo 14 mesi. Ho perso quindi non solo il lavoro e tutti i miei soldi, ma anche la famiglia”.

Quanti soldi ha perso in tutto?

“Circa un milione di euro, tra quello che ho investito nell’azienda, gli stipendi non ricevuti e i profitti mancati. Non ho mai ricevuto alcuna fattura o corrispettivo di quanto ho pagato per entrare come socio – ho acquistato il 20% delle quote per 130 mila euro – né di quelle che erano le spese per la società”.

Il modus operandi

Qual era il meccanismo che adottavano per raggirare l’erario?

“Non pagavano nulla: né IVA, né contributi, né tasse. In più usavano false sponsorizzazioni, accertate come tali dall’Agenzia delle Entrate: nel 2008 era arrivato un accertamento per circa 80 mila euro. In questo modo si fa presto ad arrivare a centinaia di migliaia di debito con lo Stato, per una società con il volume d’affari come quella”.

Cosa intende per false sponsorizzazioni?

“Facevano fatture gonfiate per sponsorizzare eventi che costavano magari 1000 euro, ma che risultavano essere stati pagati 50 mila, anche con importanti società sportive del territorio”.

Poi cosa è successo?

 “Nel 2012, la società è stata posta in liquidazione da un importante notaio di Ostia e Roma, nonostante mancasse la mia firma e quella di un altro socio. Prima della sentenza definitiva, un anno dopo, è stato cambiato l’amministratore, anche stavolta senza le nostre firme, mentre nel 2016 l’azienda è stata cancellata”.

È un sistema che era già stato adottato o che è stato ripetuto?

“Sono in grado di dimostrare che queste persone dal 1992 ad oggi, sia su Ostia che a Roma hanno fatto e continuano a fare il bello e il cattivo tempo con le loro attività nel settore auto e nel settore della ristorazione e che le loro attività vengono, dopo essere state fatte fallire opportunamente o messe in liquidazione, riaperte sotto altri nomi, di fiduciari prossimi, così come le loro proprietà – auto di lusso, moto, ville, appartamenti, terreni, immobili commerciali – sono intestate a persone a loro vicine e non direttamente a sé stessi. Questo ovviamente comporta un danno all’economia locale e statale che, sommato, arriva a milioni di euro”.

Criminalità ancora in azione

Perché ne parliamo adesso?

“Per due motivi: innanzi tutto perché solo adesso ho raggiunto quella tranquillità che mi consente di raccontare questi fatti, poi perché c’è comunque un proseguo a questa vicenda, che continua ancora adesso. L’attività di cui ero socio e che era stata chiusa è stata nuovamente aperta, sotto un altro nome, e sta andando nella stessa direzione della precedente, accumulando debiti verso l’erario. Per quanto riguarda i soci, uno è rimasto lo stesso, mentre gli altri sono legati ai precedenti in maniera trasversale, da parentele o amicizie molto forti”.

Quindi erano sempre le stesse persone ad agire?

“Sì, anche se con il paravento di prestanome. Utilizzano soprattutto società in accomandita semplice per gestire questo tipo di operazioni, anche se non disdegnano le srl”.

Lei parla di settore di automobili e ristorazione: di quante attività commerciali si parla qui a Ostia?

“Diverse. Più di una per quanto riguarda le auto, un ristorante all’interno di un circolo, ma anche altri locali. In tutto, tra qui e Roma, una decina”.

Qual è il giro d’affari?

“Quando c’ero io, nella mia azienda entravano 70/80 mila euro al mese”.

Cosa vorrebbe adesso?

“Che finalmente, dopo tanti anni, lo Stato intervenisse davvero, fermando questo traffico, perché quello che è successo a me non deve succedere ad altre persone. Vorrei poi essere risarcito del danno subito, sia economico che psicologico”.

Le proposte di affari illeciti

Ci sono altre cose, oltre alle minacce?

“Ho avuto le proposte: di entrare in affari con loro. Affari illeciti e pesanti qui a Ostia”.

Di che tipo?

“Di aprire un conto corrente e mettere dei soldi. Poi, se arrivava un ‘amico’, potevamo proporre un prestito e guadagnare qualche soldo di interesse”.

Parliamo di usura, quindi?

“Non so come vuole chiamarla… potrebbe anche essere riciclaggio di denaro, io posso solo avere dei sospetti, perché non ho accettato. Come non ho accettato di spacciare quando me lo hanno proposto. Poi, quando lavoravo lì, di notte arrivavano delle auto che nessuno poteva toccare, come mi riferiva lo stesso socio”.

C’era anche traffico di droga?

“Riguardo questo non so se lo hanno millantato o se fosse un modo per spaventarmi e farmi andare via dall’azienda. Quando appresi dal socio che di notte entravano le auto, gli dissi che dovevamo fare immediatamente denuncia di quanto venuto a conoscenza, ma lui mi rispose perentoriamente di no, perché avremmo rischiato problemi con la criminalità organizzata di Ostia. Un’altra volta trovammo però una bustina con della sostanza stupefacente all’interno dell’ufficio la mattina, entrando al lavoro”.

“Se denuncia evidentemente non ha tanta paura”: la frase choc del Magistrato

Cosa l’ha colpita di più di questa storia?

“Il fatto che la Magistratura mi abbia voltato le spalle. Addirittura un Magistrato mi ha scritto che se stavo denunciando evidentemente non avevo tanta paura di quello che mi stava succedendo. E invece io ero terrorizzato, ma sapevo che era giusto denunciare. E tutto quello che dico è dimostrabile con la documentazione che ho raccolto in questi anni: tutti i documenti sono anche stati inviati all’estero per una mia sicurezza personale. Sono poi rimasto sconvolto da fatto che, quando nel 2011 ero stato licenziato, dopo aver vinto la causa per la riammissione al posto di lavoro ero stato contattato da un rinomato Notaio che mi ha offerto dei soldi o, se volevo il rientro sul posto di lavoro piuttosto che una buonuscita dall’azienda, per ritirare le denunce che stavo facendo, spiegandomi che con quelle accuse non avrei fatto del male solo alle persone che stavo denunciando, ma anche ad altre che non conoscevo. Ma ancora più sconvolgente fu il fatto che uno dei soci, facendo riferimento al cambio del commercialista in azienda – avrebbero preso la persona che lavorava al Tribunale Sequestri e Confische di Roma – mi disse che conosceva il nome del Magistrato che stava lavorando alla mia denuncia e infatti era così. Adesso ho riattualizzato i dati in mio possesso attraverso una ricerca affidata a professionisti del settore e quanto scoperto mi ha stupito e dato la forza di andare avanti a testa bassa e denunciare pubblicamente quanto mi è accaduto, visto che ho trovato conferme nel metodo che ha contraddistinto negli anni questi personaggi”.

Quante persone sono implicate in tutto?

“Una decina. Aprono le loro attività e le fanno durare qualche anno al massimo, il tempo di riempirle di debiti, poi le mettono in liquidazione o vengono fatte fallire opportunamente, per poi riaprirle sotto un altro nome e un altro assetto societario. Ogni anno ogni azienda va sotto di circa 50 mila sul dichiarato. Provi a moltiplicare per la decina di aziende di cui le parlavo prima… e capirà come sia possibile che uno di loro, che ufficialmente risulta nullatenente e disoccupato, ma ha una villa di lusso nei pressi degli scavi Ostia Antica, oltre ad avere una licenza del Comune di Roma taxi, che guida personalmente o affitta a terze persone”.

Cosa spera di ottenere?

“Giustizia, ma davvero. Quella che non ho avuto finora. E non solo per me, ma per tutti: perché l’evasione fiscale è un danno per tutti i cittadini che invece le tasse le pagano”.


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