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Attentati incendiari, rapine e sequestri di persona a Pomezia: parla il testimone (e vittima) Fiorenzo D’Alessandri

incendio auto Fiorenzo D'Alessandri

È entrato nel vivo il processo che in cui si vuole fare chiarezza nelle vicende che vedono coinvolto, in qualità di vittima, noto imprenditore di Pomezia Fiorenzo D’Alessandri.

Tutto era iniziato con il ritrovamento di una busta contenente delle pallottole di arma da fuoco, subito consegnata ai carabinieri, nel giugno del 2013. Poi i fatti più eclatanti, che risalgono all’anno successivo: il 13 gennaio 2014 intorno alle 20:000 qualcuno gettò dal cancello dell’abitazione di D’Alessandri alcune bottiglie incendiarie, colpendo la rimessa situata nel piazzale esterno, dove erano parcheggiate tre autovetture di sua proprietà. Le fiamme colpirono la grondaia e si propagarono sui tre veicoli, una Porche Cayenne, un’Opel Corsa e una Smart, che vennero distrutte dal fuoco.

Appena un mese dopo, il 15 febbraio, dei malviventi entrarono nella villa dell’imprenditore, dove c’erano quattro cugini: la figlia di D’Alessandri, allora 12enne, una ragazza di 16 anni e una coppia di ragazzi maggiorenni. I banditi, tutti armati e con il volto travisato da passamontagna per non farsi riconoscere, avevano dapprima puntato una pistola contro la bambina, poi, visto il tentativo di ribellione da parte degli altri tre – dopo aver tolto loro i telefoni cellulari – avevano chiuso i ragazzi in uno dei locali dell’abitazione per circa un’ora e mezza, tempo necessario per mettere a soqquadro l’intera villa e portare via quanto possibile: soldi, gioielli, orologi e oggetti di valore. Infine, a giugno dello stesso anno, gli spari contro l’auto e l’abitazione del figlio Simone, mentre in casa era presente sia il ragazzo che la sua compagna incinta.

E ieri Fiorenzo D’Alessandri, insieme al figlio, hanno parlato davanti alla corte rispondendo alle domande del pubblico ministero e degli avvocati quali parti lese e parti civili. Una lunga testimonianza che ha permesso di ricostruire quelle vicende e raccontare la loro storia.                               

La testimonianza

D’Alessandri ha risposto ai giudici per quasi due ore, raccontando quello che sapeva riguardo quanto gli è accaduto. “Si è trattato di vicende gravi e particolarmente cruente tese a estorcere e rapinare, quelle messe in atto dai criminali che non hanno esitato di fronte a due bambine, mia figlia e mia nipote – ha dichiarato ai nostri microfoni – Io e la mia famiglia non cerchiamo vendette, ma giustizia e vogliamo che sia il tribunale ad accertare le responsabilità dei fatti e condannare i colpevoli. Ho letto stamane su un giornale locale ricostruzioni a dir poco fantasiose e non rispondenti al vero che associano il processo in corso ad altre vicende che non mi riguardano né mi vedono coinvolto. Adesso aspettiamo le prossime udienze e mi auguro che si faccia chiarezza sui fatti avvenuti sulle responsabilità dei vari soggetti e che la giustizia compia il suo cammino”.

Nel corso dell’udienza si è parlato anche del fatto che non c’erano legami politici con i fatti accaduti.

“Non c’è assolutamente alcun legame tra la politica e quanto è successo a me”.

All’epoca lei disse di non avere sospetti. Adesso, a distanza di 7 anni, è cambiato qualcosa?

“Io dissi di non avere sospetti e lo confermo, ma, come allora, anche ieri in tribunale ho detto che gli unici problemi che avevo erano con una famiglia di imprenditori di Pomezia. Si trattava di una vicenda di affari economici, delle prestazioni che non mi erano state pagate. Non appena il mio avvocato ha fatto la richiesta di pagamento, sono iniziati i problemi. Ovviamente non posso assolutamente dire che le due cose siano correlate, potrebbe essere una coincidenza”.

La nuova udienza si terrà il prossimo 5 marzo per il deposito della perizia sulle intercettazioni, mentre il 30 aprile ce ne sarà una successiva per esaminare altri testi del Pubblico Ministero. “La giustizia è lenta – conclude D’Alessandri – ma arriva: io sono fiducioso”.