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La fuga da noi stessi: le zone d’ombra

La confusione del malessere

Quando stiamo attraversando un momento di disagio la confusione fa da padrona. Presi da mille pensieri, emozioni altalenanti, scatti di nervosismo non riusciamo a capire cosa ci manca per essere sereni e ce la prendiamo con il mondo intero pur di noi guardare dentro noi stessi.

Cosa ci fa paura? Esperienze traumatiche non superate? Bisogni non soddisfatti? Desideri non realizzati?

Tante le domande alle quali non rispondiamo rendendole quasi delle zone d’ombra da non considerare, negandone addirittura l’esistenza.

Prima di ogni azione risolutiva facciamo chiarezza su ciò che sentiamo e al tipo di malessere che ci tiene l’umore sotto i piedi: solo attraverso la consapevolezza conosciamo i nostri meccanismi.

  • Trauma: evento ad alto impatto emotivo, non compreso e dunque non elaborato. Non è uguale per tutti, ognuno di noi ha una soglia di dolore e di sensibilità personale.
  • Bisogno: è collegato alla tensione che chiede di essere soddisfatta, impulsi fisiologici quali la fame, il sonno, il sesso. Sono uguali per tutti gli esseri viventi.
  • Desiderio: è collegato alla nostra storia familiare, lavorativa e sociale. Non è per tutti.

Il tempo che sotterra

Tutti noi da piccoli ci siamo sentiti dire: “cosa vuoi fare da grande?”. La ballerina, il calciatore, il medico, la pittrice, il pompiere e ancora mille altri mestieri.

Per svariati motivi non riusciamo sempre a realizzare i nostri desideri, così come non elaboriamo esperienze di forte stress: la sensazione sgradevole che ne deriva ci spinge alla fuga per l’ansia di risentirla ancora e non poter fare nulla per evitarla.

Il passare delle ore, dei giorni, dei mesi e degli anni possono coprire queste sensazioni e le emozioni ad esse collegate, cresciamo lasciandoci alle spalle progetti mai realizzati, sogni inesplorati ma anche situazioni traumatiche mai metabolizzate. Il tempo può diventare un anestetico della memoria portando in uno stato di sonno profondo le tracce del nostro vissuto.

Ogni esperienza che attraversiamo seppur taciuta alla mente resta attiva nel nostro corpo, una voce che per farsi sentire si trasforma in sintomo di disagio psicologico e fisico.

Correre lontano da noi

Spesso troviamo delle scuse per evitare la difficile realtà che sentiamo dentro, il timore ci porta verso comportamenti auto-ostacolanti: è facile amare qualcun altro, ma amare ciò che siamo è come aprire un varco sul passato, immaginando un presente e futuro irrealizzabile.

Cosa facciamo quando abbiamo paura? Scappiamo;

Cosa facciamo quando ci sentiamo annoiati e sconfortati? Scappiamo;

Cosa facciamo ci sentiamo falliti o di aver perso occasioni? Scappiamo.

La fuga è la modalità più immediata che l’uomo possiede per alleviare il disagio, che sia paura, noia, impotenza, senso di inadeguatezza e così via.

Il problema nasce quando evitiamo il dialogo con noi stessi eludendo una domanda: sono quello che desideravo essere?

Effetti collaterali

– Sensazioni chiuse: la comunicazione con il nostro corpo si chiude, i muscoli si fanno tesi per trattenere le emozioni;

– La paura del silenzio: il contatto con noi stessi ci fa paura, evitiamo di restare soli e nella quiete.

– Fare cose su cose: per zittire la nostra voce interiore ci riempiamo la giornata di mille impegni, le mamme tendono a nascondersi occupandosi dei figli, gli uomini dietro il lavoro e la stanchezza;

– Autostima: l’insicurezza ci blocca nuove conoscenze o prospettive lavorative;

Malinconia: anche una foto del passato ci riempie gli occhi di lacrime;

– Squalifica: quello che un tempo ci piaceva oggi lo disprezziamo pur di staccarcene;

– Non è mai colpa nostra: quando la considerazione di noi stessi è bassa tendiamo a dare colpa agli altri.

Cosa fare

Riprendere il contatto con noi stessi è un percorso lungo e lento, riscoprire chi siamo e cosa abbiamo lasciato alle nostre spalle richiede determinazione e non sempre ci si riesce da soli. Di seguito una serie di piccoli passi per un morbido inizio.

– Calma: rallentiamo ogni nostra azione, anche il semplice consumo dei pasti.

– Contatto: coccoliamo il corpo, prendiamoci cura di noi stessi come un bagno rilassante.

– Scuse inutili: smettiamola di trovare scuse sulla mancanza di tempo, bastano pochi minuti al giorno, meno di quelli che passiamo sui tablet e smartphone.

– Respiro: il respiro profondo apre le sensazioni e le percezioni diventano tranquille.

– Silenzio: passeggiamo da soli, spegniamo la tv e tutti i dispositivi per almeno 15 minuti al giorno.

– Osservare: guardiamoci intorno, una bibita al bar da consumare da soli.

– Passioni e desideri: riprendiamo le nostre passioni, se non abbiamo potuto studiare possiamo comunque interessarci di quell’argomento che tanto ci piaceva.

– Non giudichiamoci: gli errori non sono note nere da nascondere a noi stessi e agli altri, sono invece grandi insegnamenti che ci arricchiscono.

Non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, riuscire ad amarti”

(C. G. Jung)

 

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it

Vi aspetto.

Dott.ssa Sabrina Rodogno