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Cronaca

Emergenza Covid, operatori sanitari al parossismo: cresce il business dei centri privati

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Mentre dalla Lombardia  – dove poco più di un anno fa scattò lo stato di emergenza della pandemia – rimbalzano sui social e nelle chat private gli appelli disperati del personale sanitario costretto a lavorare in condizioni estreme e promiscue (con infermieri positivi costretti a operare al fianco di colleghi e medici malati)  – dagli ospedali romani ci giungono continue segnalazioni della catastrofe che anche quest’anno si è abbattuta sulla sanità.

I nosocomi più importanti della capitale sono al collasso, con il personale medico ridotto al 15% rispetto alle effettive necessità del momento. Arriverebbe a 11 milioni – secondo i dati aggiornati dell’Ordine dei Medici – il numero dei pazienti in attesa di interventi chirurgici nel nostro Paese.

Il problema che emerge, al di sopra di tutti, è la scelta obbligata per i pazienti di affidarsi alle strutture private per accorciare i tempi delle liste d’attesa dal più banale malessere o patologia fino a quello più grave, come il tumore, con interventi rimandati a data da destinarsi per pazienti oncologici, come accaduto proprio in questi giorni al Policlinico di Tor Vergata. Ciò che implica inevitabilmente l’esigenza di poterselo permettere. In alcuni casi addirittura di indebitarsi per potersi curare.

La situazione è gravissima e non risparmia neppure i malati oncologici. La fonte è decisamente autorevole. Il prof. Cognetti primario presso la divisione di oncologia medica dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma al TG 5 ha puntato ieri il dito sullo scandalo dell’aumento di decessi per patologie tumorali dovute a tempi di attesa irragionevoli ma anche alla cancellazione e al ritardo degli screening di prevenzione.

Le testimonianze

Il caso della signora Emanuela, 42 anni, tre figli, è emblematico.  Per il quarto intervento al seno la donna si è dovuta rivolgere a centri e cliniche private. Ma l’attesa le è stata fatale. Il male si era già esteso ai polmoni.

Per un giovane operaio di origine albanese un calvario senza fine nelle corsie del Policlinico. Ricoverato con una diagnosi di presunta tubercolosi (poi smentita) è rimasto per giorni in isolamento in un reparto dove non si riusciva a bloccare l’aria condizionata.

“Domani firmo le dimissioni  – ci ha detto amareggiato – Dopo due settimane di ricovero non sanno ancora dirmi se ho la TBC o un tumore al rene! Una volta fuori vedrò cosa posso fare per capirci qualcosa. Ho due figli che mi aspettano. E che hanno bisogno di me”.

I centralini non rispondono

Tutti sappiamo che per prenotare una visita in convenzione con il SSN dobbiamo comporre il numero CUP Lazio 06 9939. E probabilmente tutti noi sappiamo anche che riuscire a prendere la linea è praticamente un miracolo. Stessa situazione per chi compone a qualsiasi ora del giorno e della notte il NUE, numero unico di emergenza.

Alla signora Maddalena, 52 anni, è capitato nei giorni scorsi di svegliarsi in piena notte con un dolore acuto e opprimente in mezzo al petto, all’altezza dello sterno. “Ho aspettato qualche minuto cercando di fare dei respiri profondi e di rilassarmi, ma il dolore non passava. Non volevo chiamare i soccorsi. Sapevo che sarebbe stata un’impresa”. La signora Maddalena ha cominciato allora a cercare informazioni relative ai suoi sintomi in rete.

“Non sapevo se potevo alzarmi, restare sdraiata o seduta, camminare o cos’altro fare. Alla fine mi sono spaventata e ho chiamato il 112”. Le passiamo la guardia medica, le è stato risposto. Ma la sua chiamata era l’undicesima della lista.

“Stavo per avere un attacco di panico. Allora ho chiamato il 118. La signora che mi ha risposto mi ha quasi aggredita – dichiara la donna – Mi ha detto che mandava un’ambulanza ma che in una situazione di emergenza come questa, non poteva garantirmi che l’intervento sarebbe stato tempestivo. E mi ha attaccato il telefono in faccia”.

Alla signora Maddalena tutto sommato è andata bene. Il suo medico curante le ha diagnosticato un’ernia iatale, curabile con una dieta adeguata e qualche farmaco.

La domanda (inevitabile) nasce spontanea: e se si fosse trattato di un infarto?

Rosanna Sabella


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