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Cronaca di Roma

Roma, nonna Gina sconfigge il Covid a 95 anni: ecco la commovente lettera della nipote

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Una bellissima storia a lieto fine quella arrivata alla nostra redazione da Ilaria, una 41enne di Roma la cui nonna è riuscita a vincere la dura battaglia contro il Covid-19 alla veneranda età di 95 anni. Ecco il racconto di Ilaria.

Roma: nonna di 95 anni sconfigge il Coronavirus

«Ho la grandissima fortuna di avere una nonna! Che di per sé, soprattutto considerando che ho 41 anni, sarebbe già una notizia sufficiente per giustificare l’esclamazione. Ma non è tutto, ho una nonna che alla bellezza di 95 anni ha lottato e vinto contro il Coronavirus!! E ora fatemene usare anche due di punti esclamativi. 
Nonna Gina, all’anagrafe Angela, nata a Roma il 10 dicembre del 1925, è una vera forza della natura: vedova dal 2000, due figlie (di cui una – mia mamma – non c’è più), cinque nipoti, quattro pronipoti e ancora tanta voglia di vivere.
A volerla cercare nel librone dell’Asl di competenza – prosegue Ilaria – risulterebbe fra i pazienti Covid delle tristemente note RSA. Non solo fra i (ahimè, pochi) sopravvissuti, ma nella ristrettissima lista degli “asintomatici”. Sì perché mia nonna non ha avuto né febbre, né scarsa ossigenazione del sangue… solo un po’ di tosse, quella sì. “Senti che tossaccia m’è venuta – mi diceva – Sarà per questo che m’hanno lasciata da sola in camera”».

Sconfiggere il Covid a 95 anni… senza saperlo

«A nonna non gliel’abbiamo ancora detto che ha avuto il Coronavirus – spiega Ilaria – ci preoccupiamo soprattutto per la sua ansia, la sua unica vera e propria patologia. Ma quando si potrà farlo in serenità, quando potremo riabbracciarla senza filtri e senza indugi, la dovremo assolutamente informare, la deve comprendere bene l’impresa che ha compiuto. Perché lei del virus ha una gran paura, fin da quando, da marzo scorso, le è stata negata la possibilità di vivere serenamente. Nel tempo lo ha sentito in tv, lo ha sofferto nel distanziamento obbligato che ci ha tenuto a ben oltre un metro, e lo ha temuto perfino mentre lo stava vivendo sulla sua pelle, sottoforma di grazia ricevuta. A noi, tutti suoi discendenti, l’ardua questione se l’abbia capito o no contro cosa stava tossendo. Personalmente sono quasi certa che la consapevolezza ce la stiamo reciprocamente nascondendo perché certe cose, se si dicono ad alta voce fanno ancora più paura.

“Mò che m’hanno rimesso in salone in mezzo all’altri, ho sentito alla televisione che le cose vanno mejo. Pare che il vaccino è pronto … Mbè, se sbrigassero che noi qui c’avemo paura!”, così mi ha detto stamattina mia nonna al telefono. Le avrei voluto rispondere che lei non ne ha bisogno per ora, che adesso può star tranquilla almeno per un po’, ma sarebbero stati concetti troppo grandi per chi è appena uscito da una lunga prigionia e ha ancora la mente stordita. E poi, nessuno di noi vuole affidare una verità così pesante al telefono.
Ripensandoci a mente più fredda, quelli appena trascorsi sono stati 23 giorni di apprensione e isolamento, di tamponi e telefonate che per quanto mi riguarda hanno racchiuso nel migliore dei modi l’interpretazione complessiva di tutto un anno. Un po’ perché davvero questa malattia sembra reale solo quando ti tocca da vicino, e un po’ perché disattendere le più nefaste statistiche è stata la sua (e la nostra) più grande vittoria.

La quarantena di nonna Gina

«Ma in questa lunga e angosciosa quarantena – prosegue Ilaria – nonna Gina (e in senso lato, noi tutti) ha anche perso: perso di lucidità e di grinta, di appetito e di entusiasmo. Perché non siamo fatti per restare soli e sopravvivere fra i più atavici timori e istinti; perché la nostra è una natura sociale e la vita non è più tale se non è condivisa. Sono strascichi pesantissimi quelli che ci porteremo appresso!
Ancora più pesanti per chi la battaglia non l’ha vinta: due delle sei coinquiline che vivevano con nonna non ce l’hanno fatta. Due nonne meno fortunate, loro. Due vecchiette che come lei ne avevano vissute tante, perfino la guerra, le bombe e la fame degli anni più atroci, ma che in questa silenziosa guerra al nuovo virus hanno avuto la peggio. E prima o poi perfino mia nonna, che di fatto ignora tutto, riconoscerà la dura verità in quelle due stanze vuote rimaste accanto alla sua».

 

2020: tra Covid, lockdown, paure e cambiamenti

«Questo 2020 è stato senz’altro l’anno più carico di emozioni che io abbia mai vissuto». Prosegue Ilaria nel suo racconto, questa volta soffermandosi su quanti cambiamenti abbia vissuto il mondo intero in meno di un anno. «E’ strano perché sostanzialmente l’ho vissuto per gran parte del tempo sul divano. Da marzo scorso tv, computer, cellulare e giornali hanno riempito di eventi i giorni che passavano uguali.
Certo, arriverà il giorno in cui questa pandemia che stiamo tragicamente vivendo sarà archiviata, lasciata per sempre alle spalle, come una brutta, vecchia storia. Eppure, inesorabilmente, il suo passaggio ci avrà cambiato tutti. E non come qualcuno diceva all’inizio in “persone migliori”, io temo, perché di fatto, qui sotto gli arcobaleni più colorati, non è andato proprio “tutto bene” come si sperava.
Tuttavia, volenti o nolenti, non saremo neanche più quelli di prima. Vivremo più spaventati, più arrabbiati, senz’altro più affamati… chi di pane, chi di vita non vissuta. Dovremo recuperare il tempo perso, tanto nel lavoro quanto negli affetti e nella migliore delle ipotesi avremo più consapevolezza».

Nuove consapevolezze

«D’altronde la lezione è stata offerta (o, forse sarebbe più giusto dire, sbattuta in faccia) a tutti quelli che l’hanno voluta imparare: non siamo padroni della nostra vita come spesso tendiamo a credere. Basta poco per farci cadere e non tutti riusciamo a rialzarci.
Una vera e propria lezione di vita, sintetizzata in un anno bisesto e funesto, che chi ha l’età della maturità come me porterà appresso (e addosso) per il resto della propria esistenza.

In dodici mesi siamo stati investiti, colpiti, martoriati, poi illusi e colpiti di nuovo da un virus di cui nessuno conosceva l’esistenza solo l’anno scorso. Così, dopo aver appena fatto in tempo a seguire il tradizionale Sanremo di febbraio, nella primavera scorsa siamo scampati al lockdown e alla fila mortuaria dei furgoni dell’esercito di Bergamo, siamo poi evasi nell’estate più assurda del mondo per ripiombare nel baratro epidemico a ottobre.
Tutti, nessuno escluso, lo abbiamo vissuto, perfino quelli che lo hanno negato fino all’inverosimile, perfino chi se n’è fregato alla grande. Nessuno ha potuto mettersi davvero al riparo da una tempesta così perfetta come quella del SARS-CoV-2.
E se solo dieci mesi fa il primo caso (quel tal Mattia di Codogno) destava sospetto e preoccupazione, ora siamo impastati di nozioni e conoscenze: virologi, immunologi, medici e scienziati di ogni tipo ci hanno infarcito di competenze (loro) e al contempo annebbiato da perplessità (nostre ma anche loro)».

Speranza per un futuro migliore

«Un anno senza scuola questo 2020, ma con così tanti insegnamenti quotidiani!
Un anno che ci ha privato di decine di migliaia di nonni. Nessun paese in Europa ne ha pianti più di noi. Così tanti che mi sembra un regalo ancora più enorme il fatto di avere la mia di nonna.
Ed ora che l’anno bisesto e funesto volge finalmente al termine, ecco che si intravede la luce in fondo al tunnel: l’arrivo dei vaccini! Proprio oggi, 27 dicembre, sarà celebrato il “vaccine-day”, giusto in tempo per poter lasciare una traccia di positività (un termine davvero ambiguo in questo contesto!) ad un anno tanto infame.
E fra poco, con tutta la consapevolezza che ci porteremo appresso (e addosso), e in qualità di persone non tanto migliori ma diverse, riusciremo anche a seguire, come da tradizione, la nuova e immancabile kermesse di Sanremo.
Ma prima c’è da sopravvivere al più introspettivo Natale di tutti i tempi-moderni.
Buon 2021 a tutti noi – conclude Ilaria – con l’augurio che da adesso in poi davvero andrà tutto bene».

 

 

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