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Ansia e paranoia da social network

La nuova paranoia

In alcuni casi vediamo il pericolo negli altri, nelle persone che ci circondano, innescando un pensiero quasi delirante di complotto, di essere perseguitati, offesi e derisi; l’ansia da paranoia comporta una tendenza a non fidarsi dell’altro percepito come mal intenzionato nei nostri confronti, ad averne paura, ad essere sospettosi e guardinghi.

Facebook può aumentare il rischio d’ansia e paranoia: essendo il social una sorta di buco della serratura dal quale poter spiare gli altri ed essere spiati a nostra volta una semplice frase viene interpretata come attacco diretto a noi, un like o una foto rischiano di creare rabbia e aggressività.

Sospettosità

Chi sospetta teme restando bloccato in un meccanismo che tiene sotto pressione sia la mente che il corpo, in maniera costante; senza prove fondate e sulla base di semplici indizi, si giunge a credere di essere oggetto di attacco per invidie o per cattiveria gratuita.

L’atteggiamento sospettoso è quello di chi avverte la realtà con timore e sentimenti ostili solo immaginati, costretto ad essere sempre vigile, pronto a difendersi da qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento. Il «qualcosa» è sempre negativo, il paranoico ha la certezza che il proprio sospetto sia sensato e giustificato: non ha dubbi.

Una miscela di paura e rabbia non esternata funzionalmente ma trattenuta dietro uno schermo, aumenta la nostra tensione e la produzione di pensieri che portano ad altri pensieri e collegamenti quasi deliranti su chi ha detto cosa, e su chi ha commentato cosa.

Come arriva l’ansia

Quando siamo con la testa china sullo schermo l’attenzione viene attratta da contenuti frammentari, spesso superficiali e poco rilevanti, a volte anche poco piacevoli. I movimenti del corpo sono di chiusura, le dita fanno piccoli scatti ripetitivi e automatici: troppe informazioni, troppe discussioni, troppe immagini, troppe connessioni.

La conseguenza è l’accumulo di tensione che porta ad inevitabile stress, con sintomi quali: irascibilità, esplosioni di rabbia, mal di testa, umore basso, senso di impotenza, insonnia, e un pensare continuo a cosa abbiamo letto e a cosa dobbiamo rispondere per farci “rispettare”.

Alla base di un atteggiamento simile troviamo uno stato d’ansia già accumulato in precedenza, non è il social dunque ad innescare un malessere, ma un’alterazione di base che si esaspera attraverso l’utilizzo malato del nuovo mezzo di comunicazione.

In generale abbiamo un temperamento di aggressività repressa per un vissuto che ci portiamo dietro, di tutta una serie di frustrazioni e insicurezze che trovano terreno fertile nello schermo e nelle discussioni virtuali: chi teme di essere deriso nel web, avrà lo stesso sospetto anche nella vita reale, seppur in maniera celata e contenuta.

Non sei solo tu

Tutti credono di sapere tutto, formulano teorie su qualsiasi argomento, spesso senza nemmeno verificare l’effettiva autenticità delle notizie che commentano: ci si trova di fronte ad una superficialità patologica.

E non solo, nel virtuale il detto “i panni sporchi si lavano in famiglia” non esiste più, la modalità sfogo è all’ordine del giorno e le frecciatine volano come i proiettili in un film western.

Inoltre, sarebbe bene tenere a mente il fatto che gli algoritmi di Facebook fanno si che sulla nostra home escano le notizie degli amici con i quali abbiamo più interazioni, per intenderci: se non mettiamo like o commenti a Nicola, con il tempo di Nicola vedremo sempre meno, tranne se non clicchiamo sul suo profilo.

In un contesto del genere è facile ritrovarsi sulla propria home qualcuno che scrive pieno di astio, o che si riferisce a chissà chi in un lungo post-monologo, e la domanda che ci dovremmo porre è:ma tra 250 contatti che questa persona ha, perché dovrebbe riferirsi a me?

Cosa fare

Sentite la pancia che leggermente si contrae? Il battito cardiaco che accelera un pochino? Una sensazione crescente di fastidio, rabbia e impotenza?

Provate ad ascoltarvi, e se vi sentite così anche voi, la strada è una sola: chiudere, allontanarsi, spegnere. Non si risolveranno i problemi del mondo litigando su Facebook e su Twitter. Urlarsi in faccia virtualmente serve solo a farci sentire male.

Non è un caso se nelle ultime versioni del sistema operativo degli iPhone è presente un’applicazione che ci consente di tenere sotto controllo il tempo che trascorriamo sul nostro telefono.

Dobbiamo prenderci il tempo necessario a riflettere, informarci, vivere la dimensione social con leggerezza e responsabilità, trovando quella che per noi è la giusta dose tra spento e acceso, perché estremizzare nell’una o nell’altra posizione dell’interruttore avrà come unico risultato rimandare il problema, se non aggravarlo.

 

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it
Vi aspetto.

Dott.ssa Sabrina Rodogno