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Così Francesco Lomasto vessava l’imprenditore di Pomezia: tassi altissimi e quei “favori” personali…

Il Coronavirus non è stato un “male” per tutti. Di certo non per Francesco Lomasto, l’ex pugile di Pomezia arrestato il 12 maggio per usura, che ha potuto, in alternativa alla detenzione, usufruire degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Così come successo ad altri detenuti – tra cui Ignazio e Alessandro Fragalà, arrestati nel giugno scorso nel corso dell’operazione antimafia denominata “Equilibri” – che nelle scorse settimane sono passati dal carcere agli arresti domiciliari. Lomasto era stato colto in flagrante dopo aver preso orologi di pregio – il loro valore è di 33 mila euro – da un imprenditore, consegnati per pagare un prestito precedentemente elargito con interessi usurai.

La vittima a Pomezia

Tassi altissimi, quelli che era costretto a pagare l’imprenditore pometino. Nel 2017 la vittima aveva conosciuto Lomasto perché gli aveva venduto un piccolo appartamento per la cifra di 55 mila euro. Pochi mesi dopo, a seguito di alcuni problemi finanziari dovuti a un debito milionario con Equitalia, l’uomo si era rivolto all’ex pugile per avere dei soldi in prestito, 250 mila euro. Lomasto, vedendo in lui un ottimo “affare”, gli fa la sua offerta: i soldi gli verranno dati in 5 tranche da 50 mila euro, mentre la restituzione deve avvenire con un tasso mensile del 10%, ovvero il 120% annuo. In più, immediatamente, l’imprenditore deve ricomprarsi l’appartamentino, ma a 80 mila euro, facendo così guadagnare ben 25 mila euro netti a Lomasto in pochi mesi.

Gli altri “favori”

Non bastano i tassi usurai e la casa rivenduta a prezzo maggiorato: Lomasto comincia a chiedere favori, come un appartamento dove far vivere sua madre. Poi si supera: chiede che la casa prima acquistata e poi rivenduta con largo guadagno venga assegnata gratuitamente a suo fratello. Non solo: i due appartamenti devono garantire tutte le comodità ai familiari di Francesco, quindi vengono arredati con mobili del valore di 20mila euro, acquistati dall’imprenditore e mai ripagati dall’ex pugile o dai suoi congiunti.

I pagamenti mensili

Nel frattempo la vittima dell’usura paga rate da 25 mila euro al mese, che coprono però solo una piccola parte del debito, perché tutto il resto va a coprire gli interessi. Paga in silenzio, con la costante paura che possa succedere qualcosa di veramente brutto a lui o alla sua famiglia, costantemente pressato con visite o telefonate a tutte le ore dall’ex pugile e da un suo “sodale”, di cui la cronaca giudiziaria si era già occupata in passato. È grazie a questo “socio” che la pista della vittima viene scoperta.

A febbraio i carabinieri della Compagnia Roma Eur, gli stessi che hanno arrestato Lomasto, sono impegnati in un’altra operazione di usura ed estorsione, stavolta ai danni di un altro imprenditore romano, gestore di una palestra.

Vengono colti in flagrante due persone e, durante l’arresto, addosso a uno dei due – il pometino, che ufficialmente risulta essere un commerciante nel settore del caffè (ma del resto pure Lomasto risulta essere un commerciante del settore alimentari, visto che ha un banco nel mercato di Tor de’ Cenci…) – viene trovato un assegno in bianco del valore di 70.000 euro, risultato poi collegato al conto corrente dell’imprenditore di Pomezia che, a sua volta, lo aveva consegnato al creditore quale garanzia per consentirgli di ripianare il debito contratto.

Le indagini

I carabinieri iniziano quindi a battere la pista pometina: uno dei due arrestati a febbraio è di Pomezia, l’assegno è di un imprenditore di Pomezia, quindi le indagini si concentrano in quest’area. L’uomo viene ascoltato dagli inquirenti e la storia inizia ad avere i suoi contorni. Le paure, le minacce, le pressioni, i riferimenti alla fine che facevano coloro che non saldavano i debiti. “Per uscirne devi ridarmi tutti i soldi insieme, compresi gli interessi”, diceva Francesco Lomasto quasi a voler prendere in giro l’imprenditore quando faceva capire quali sarebbero state le “alternative”.

Ma già la “storia” dei personaggi da sola bastava per intimorire, anche senza racconti ulteriori. Fino al momento in cui i carabinieri sono intervenuti, a metà maggio, l’imprenditore pometino aveva pagato 350 mila euro, ma il “capitale residuo” del debito era ancora di 140 mila euro. Un debito che non si sarebbe mai estinto, perché gli interessi altissimi non lo avrebbero permesso. Adesso l’indagine sta andando avanti, soprattutto per capire quali e quante siano le altre vittime. Perché c’è la certezza che ci siano altri imprenditori, grandi o piccoli, finiti nelle maglie degli strozzini, solo che – per paura di ritorsioni – non hanno avuto il coraggio di denunciare.

Ma i militari dell’Arma non si arrendono: attraverso controlli incrociati, analisi dei tabulati telefonici e intercettazioni ambientali sono sulla buona strada per scoprire quello che sembra essere un “vaso di Pandora”. E allora per Lomasto e i suoi complici la situazione potrebbe aggravarsi. Mentre per le vittime potrebbe essere finalmente arrivato il momento di tirare un sospiro di sollievo. E di denunciare, se ancora non l’hanno fatto.

Il personaggio

Non è la prima volta che Francesco Lomasto ha a che fare con le forze dell’ordine. Già noto alle cronache, nel 2014 è stato vittima di un’aggressione da parte di due fratelli argentini a seguito di una lite avvenuta a Torvaianica. I due stranieri, che si erano voluti vendicare, erano andati sotto casa di Francesco, che ancora abitava a Pomezia – adesso invece vive in una villa acquistata all’Infernetto – per sparargli 3 colpi di pistola alla gamba. In quell’occasione, Francesco venne dimesso dall’ospedale S. Anna con dieci giorni di prognosi. Conosciuto dalle forze dell’ordine anche il fratello Vincenzo, 27enne, arrestato nel marzo del 2019 dai carabinieri a Torvaianica, a Campo Ascolano, per spaccio di droga.

L’assurdità

Una volta concluse le indagini, appurato come sono andate le cose e arrestato Francesco Lomasto, l’imprenditore pometino sperava di poter riprendere possesso dei suoi due appartamenti, quelli abitati (gratis) dalla madre e dal fratello del suo estorsore, ma questo non è avvenuto: i familiari dell’ex pugile (quindi anche Vincenzo, prima ai domiciliari, poi all’obbligo di firma) vivono ancora lì dentro e non hanno alcuna intenzione di andarsene.