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Covid 19, l’odissea in un ospedale romano

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truffa anziana

Covid 19, una storia di sanità. Succede a Roma, in periodo di pandemia, mentre tanti pazienti anziani hanno necessità di essere ricoverati nei nosocomi della Capitale e la degenza diventa un penoso inferno per loro e per i parenti a casa. Lunghe sono le attese accanto al telefono, nella speranza di ricevere una chiamata dai sanitari per poter avere notizie dei propri cari, che non è possibile visitare nei reparti a causa delle norme anti Covid 19.

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Il ricovero in ospedale

Incontriamo la Signora P. D. S., cittadina romana che, esasperata dal non avere notizie della propria madre novantenne, racconta la sua odissea. ‘In seguito a un attacco ischemico, mia madre è stata ricoverata in un ospedale romano e dopo 12 giorni trasferita in un altro ospedale per la riabilitazione neuromotoria.

Il primo ospedale mi ha comunicato il trasferimento, mentre il centro di riabilitazione non mi ha informato del ricovero. Dopo circa un giorno ho ricevuto un whatsapp anonimo che conteneva una foto di un foglio con le norme anti Covid 19, per l’accesso a un reparto in cui presumibilmente era stata ricoverata mia madre’. 

La Signora racconta di aver chiesto chi fosse il mittente, senza però ricevere risposta. Tra le norme c’erano quelle relative alle visite, che si potevano svolgere solo per appuntamento scrivendo alla caposala. La Signora ha dunque scritto alla caposala, chiedendo le fasce orarie e proponendo una data per andare a trovare la mamma ricoverata. Alla domanda le viene risposto un secco ‘confermato’.

Covid 19

 

Covid 19, un triste Natale

Riesce però nel frattempo a parlare al telefono con l’anziana, ancora in grado di utilizzare il cellulare, la quale lamenta di essere da sola in una stanza e di non vedere nessuno. Sfortunatamente infatti la Signora è arrivata nel centro il 23 dicembre. Si prospettavano quindi più di 15 giorni di “vacanze”.

Continua la Signora P.D. S:’Non è stato possibile contattare i medici, dato che ricevono telefonicamente solo il lunedì e il giovedì per due ore, ovviamente escludendo i giorni festivi. Tramite conoscenze, dopo alcuni giorni riesco ad avere notizie da un medico. Scopro che mia madre è stata messa in isolamento in attesa del tampone. Purtroppo, essendo giorni di vacanza, i laboratori erano chiusi e hanno dovuto aspettare.

Alla fine ricevo una telefonata mezz’ora prima dell’orario della visita concordato giorni prima tramite messaggio, che mi avverte che le visite sono annullate fino al 3 gennaio. In quei giorni riesco solo a parlare con mia madre e non ho nessuna notizia sul suo stato di salute. Protestando e sempre tramite conoscenze riesco ad avere il numero della caposala. All’inizio di gennaio ricevo finalmente una videochiamata’.

La lunga attesa

Alla Signora spiegano che ‘sono giorni di festa, ma che dal 10 gennaio le attività sarebbero riprese’. Trascorrono dunque 18 giorni dal ricovero della anziana madre. Parlare con i medici è difficilissimo, dato che in quelle due ore il numero è spesso occupato. Scadute le ore, bisogna attendere altri tre o quattro giorni.

L’ospedale si giustifica dicendo che ci sono 30 pazienti. Forse sarebbe il caso di ampliare la fascia oraria? Ancora una volta la Signora è costretta a ricorrere a conoscenze per avere informazioni. Il neurologo rimane stupito dall’intervento di un collega. Dice che la Signora è ‘la persona che sente di più’. Considerando che si sono sentiti tre volte in un mese, si può immaginare come stiano gli altri.

Un grave peggioramento

Alla figlia dell’anziana ricoverata vengono date solo informazioni cliniche. Sente che sua madre peggiora dal punto di vista cognitivo, ma il personale sanitario non lo nota. Le visite ormai sono chiuse. Le dicono che sono le regole Covid. Peccato che, riferisce la Signora, ‘in altri ospedali, con tutte le precauzioni, le visite proseguono regolarmente’. L’aspetto umano, nell’ospedale dove si trova la paziente, non viene minimamente considerato.

A un certo punto la mamma di P.D.S. non è più capace di usare il cellulare. Non chiama più e non risponde. La figlia non ha notizie per giorni. Il cellulare risulta spento. Chiede dunque alla caposala di verificare. Per cinque giorni il cellulare continua ad essere spento, nonostante le ripetute richieste. A quel punto, spazientita, la Signora scrive che avrebbe chiesto alle sue conoscenze di intervenire e che quello non è un ospedale, ma un carcere.

Gli abiti perduti

La caposala riferisce a una dottoressa, la quale la contatta offesa e indignata e ribadisce che il personale è sempre a disposizione e che comunque hanno tanto da fare. Da quel momento cessano invece le videochiamate e la degente  non sa più usare il cellulare. La figlia non riuscirà dunque a comunicare con la mamma ricoverata.

Alla figlia della anziana degente è permesso andare soltanto due volte a settimana a portare la biancheria pulita e a ritirare quella sporca. Non le viene detto di che cosa necessiti la madre. Ignora che la mamma ha bisogno di calzature per recarsi in palestra. Le vengono restituiti abiti non suoi e alcuni abiti invece sono scomparsi.

Una visita dopo cinquanta giorni 

‘Finalmente dopo cinquanta giorni mi viene concessa una visita’, dice la Signora. Green pass con tre dosi di vaccino anti Covid 19 effettuate, tampone negativo, in sala d’attesa, bardata con camice, copri scarpe, guanti e mascherina FFP2, senza potersi avvicinare alla mamma. ‘Non avrebbero potuto fare questo anche prima? Ribadisco che in altri ospedali le visite sono proseguite normalmente e mi viene risposto “infatti, lì hanno i cluster”. In quella occasione la Signora scopre che  il cellulare è senza suoneria. ‘

‘In due mesi ha ricevuto 3 videochiamate e ha potuto parlare qualche volta con i medici, i quali– lamenta la Signora- hanno sicuramente curato bene fisicamente mia madre, ma la hanno distrutta psicologicamente’. Ovviamente la Signora P.D. S ho tentato di trasferire la madre in un altro centro, ma si può solo privatamente e alla cifra di più di 500 euro al giorno. Non resta che attendere la dimissione della mamma dal ‘carcere’.

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