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Il caso Manduria: episodio isolato o ipocrisia sociale?

Nessuna analisi psicologica
La vicenda di Antonio Stano il pensionato di Manduria morto dopo una serie di vessazioni fisiche e psicologiche è purtroppo nota a tutti, se ne parla da settimane attraverso i giornali e le molteplici trasmissioni televisive con gli esperti di turno; si cerca la causa, la motivazione, le implicazioni psicologiche e le responsabilità. Il finale non cambia: quest’uomo è morto.
Questa settimana non mi sento di assumere il ruolo dell’ennesima esperta che snocciola teorie sociopsicologiche, sento invece la rabbia di chi avrebbe voluto essere presente nel momento delle violenze per difendere fisicamente Antonio.

Il caso
Aveva 66 anni, era pensionato e viveva da solo; soprannominato “lu pacciu” ossia “il pazzo” per le sue carenze cognitive, rappresentava il passatempo di una piccola comunità senza troppi svaghi e dunque, annoiata.
«Tutti facevano così con lui», si sarebbe giustificato uno dei 14 ragazzi (dei quali 12 minorenni) del gruppo che per mesi, se non anni, l’ha bullizzato.
Da sapere che i ragazzi sono tutti figli di buona famiglia, perché sì, dobbiamo sottolineare le caratteristiche dei genitori “gente perbene” come se fosse un marchio di qualità; la sera si riunivano per andare a “giocare” con Antonio, schiaffi, bastonate, derisioni tutto ripreso con i telefonini e poi diffuse le immagini nelle diverse chat a dimostrazione della loro forza.
Per la paura non usciva più di casa nemmeno per andare a fare la spesa, fragile e solo Antonio “Quando è arrivato in ospedale – ha ricordato uno dei medici – era in condizioni disperate: denutrito, disidratato”.
“Quando sono andato a trovarlo – racconta Dario, l’unico amico di Antonio – ho capito che non voleva più vivere. Non mi ha mai detto nulla delle angherie che subiva, era una persona riservata e orgogliosa”.

Perché tanta violenza?
Come ho già scritto all’inizio di questo articolo non farò analisi, non perché non ce ne sia bisogno ma perché dovrebbe essere chiaro a qualsiasi persona con un minimo di buon senso che le responsabilità sono completamente degli adulti: genitori e abitanti del posto.
Che i ragazzi siano annoiati è una condizione non solo di Manduria ma di un’intera società, chiaro che se mettiamo in mano ai nostri bambini strumenti di passatempo elettronici (tablet, cellulari, tv, giochi virtuali e così via) o li riempiamo di attività extrascolastiche (sport, e corsi vari) stiamo chiudendo la possibilità di promuovere lo sviluppo e la comprensione delle loro e altrui emozioni, mi pare ovvio supporre che i bambini necessitino del saper attendere per conquistarsi una vittoria, la differenza tra il bene e il male si introietta attraverso le esperienze e i NO che un adulto DEVE dare ai piccoli.
E invece per la fretta diamo tutto e subito, per il timore di fargli mancare quello che tutti gli amici hanno.

Gli adulti
Il problema ribadisco è negli adulti e della loro distrazione, per tutta una serie di motivi che possono essere legati ad aspetti economici, familiari e relazionali che non giustificano certo l’atteggiamento di distacco emotivo che hanno con i giovani.
Essere di brava famiglia, insegnare i codici del perbenismo non è sufficiente. Essere umani e ed empatici prescinde dall’etichetta.
Iperprotetti e chiusi in una bolla, i ragazzi non sanno relazionarsi, non imparano a scoprire la loro forza, si sentono invincibili e possono tutto.
Questi adulti probabilmente per aumentare il loro conto in banca e migliorare l’immagine nel paese hanno perso di vista il contatto reale con gli adolescenti i quali non ricevendo la guida concreta si affidano a ciò che vedono in rete.

Non solo Manduria
Quando sono arrivata a Pomezia tra le prime cose che ho visto è stata l’aggressione a Vincenzina, camminavo per strada e due ragazzi giovani, forse una coppia di fidanzatini, hanno preso a pietre questa donna, peraltro dalle spalle.
Un’altra sera stavo entrando in una pasticceria ed ho sentito dei ragazzi, non proprio giovanissimi, nelle loro belle macchinine, chiamare a gran voce il nome di Vincenzina: stavano facendo un video mentre sghignazzavano tra loro.
Quando ho chiesto il perché mi è stato risposto: “Vincenzina viene da una famiglia degradata, ha problemi mentali, chiede soldi ed è aggressiva”.
Mi pare che le motivazioni siano sufficienti a bullizzarla, quindi è giusto così.
Mesi dopo mi sono occupata di un caso di cyberbullismo in un gruppo Facebook di Pomezia, bulli e vittima tutti adulti: “lo facciamo per passatempo, dopo una giornata di stress lavorativo”.

Non solo: esiste chi di sera va a passare il tempo a Santa Palomba a lanciare pietre contro le prostitute. Ovviamente, “sono prostitute” e tanto basta ai loro occhi per giustificare queste azioni.

Ipocrisia sociale
“Lo facciamo per passatempo”; “ha problemi mentali”; “sono prostitute”.
Non solo a Manduria.

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it
Vi aspetto.
Dott.ssa Sabrina Rodogno

Psicostress