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Il marchio e la profezia autoavverante

Se ti dico che sei stupido, ti sentirai stupido
Proviamo a pensare che la storia con il nostro partner sia agli sgoccioli: cosa facciamo? Presi dallo sconforto metteremo in atto una serie di litigi che porteranno effettivamente al logorio della relazione. Stesso meccanismo per chi studia, mentre prepariamo un esame sentirci ripetere che non siamo capaci aumenterà i livelli d’ansia fino a compromettere l’esame stesso.

Noi e loro
Lo stigma è innanzitutto nell’occhio di chi guarda e alla base troviamo il concetto di differenza tra “noi” e “loro”.
Lo stigma è una parola che indica il “marchio” che viene dato ad una persona che riteniamo essere “diversa” dalla massa: per un handicap, un modo di fare, per ragioni politiche o razziali, e per identificarli come persone difettose che quindi devono essere evitate, in particolare nei luoghi pubblici.
Etichettare le persone equivale a chiuderle in un a sorta di categoria inferiore a quella che riteniamo essere la nostra, a guardarli con pena, fastidio o paura a seconda dell’idea che abbiamo di loro.

Il test di Rosenthal
Robert Rosenthal è uno psicologo tedesco, il primo che ha messo in atto una serie di esperimenti sociali per evidenziare quanto le nostre convinzioni possano modificare gli atteggiamenti degli altri; insieme alla sua équipe somministrarono ad alcuni bambini di una scuola elementare un test d’intelligenza. Dopo il test, in modo casuale, vennero selezionati alcuni bambini ai cui insegnanti fu fatto credere che avessero un’intelligenza sopra la media.
La suggestione fu tale che, quando l’anno successivo Rosenthal si recò presso la scuola elementare, dovette constatare che, in effetti, il rendimento dei bambini selezionati era molto migliorato e questo solo perché gli insegnanti li avevano influenzati positivamente con il loro atteggiamento, inconsapevoli del fatto che fosse tutto legato alla suggestione.
Gli effetti dello stigma
Parole come “sei il più bravo della classe” “sei più forte di tua sorella” “sei la più bella della scuola” sono marchi che vengono inflitti a persone che in seguito a questa categorizzazione (per quanto possa sembrare lusinghiera) sono costretti a tenere sempre la stessa condotta, per cui chi è il più bravo o la più brava della classe sarà costretto ad ottenere buoni voti tenendo la media sempre alta; chi è stata eletta la più bella, non potrà permettersi di ingrassare o trascurare il suo fisico; se una di queste persone stigmatizzate non tenesse la stessa condotta, si potrebbe instaurare in esse per prime, la delusione di aver deluso le aspettative collettive.
Il peso della responsabilità potrebbe a lungo termine aumentare il controllo e lo stress nei “portatori sani di etichetta”.
Immaginiamo viceversa cosa possono provare i “portatori malati di etichetta”… “sei il più brutto dei fratelli” “sei la più grassa della scuola” “sei stupido” “hai un handicap, sei diverso”, e cosi via.
Tra le conseguenze più comuni troviamo:

    • Isolamento
    • Insicurezza
    • Rabbia verso sé stessi
    • Incapacità di fare
    • Fobia sociale
    • Calo del rendimento scolastico e/o lavorativo
    • Riduzione delle relazioni sane

Da questo elenco riusciamo a intuire quali danni si possano creare soprattutto in personalità fragili, che magari crescono inconsapevoli del bisogno di sentirsi accettati per come sono; in alcune persone potrebbe insorgere di comportamenti violenti verso gli altri, ma sono possibili anche atteggiamenti autopunitivi, ipercritici e ipercontrollati. Nella migliore delle ipotesi chi viene etichettato per un difetto può trovarsi a dover faticare il doppio per ottenere risultati simili a quelli di chi impone il marchio. Facile da scrivere, meno da praticare: trasformare la rabbia in una voglia di dimostrarsi migliori e strappare l’etichetta a forza. Non tutti ce la fanno e – giustamente – non tutti ce la possono fare da soli. Tutti, invece, abbiamo le nostre mancanze, e dovremmo ricordarcelo prima di salire in cattedra e puntare il dito. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per riconoscerci, come abbiamo bisogno di uno specchio per vedere il nostro volto. Il primo passo che possiamo fare, allora, è quello di metterci affianco e sostenerci a vicenda.

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it
Vi aspetto.
Dott.ssa Sabrina Rodogno

PsicoStress