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La Sindrome di Pollyanna: l’ottimismo idiota

Andrà tutto bene!

Vi è mai capitato di incontrare una persona felice 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, per 365 giorni l’anno? Di quelle che ad ogni cosa che racconti, disgrazie comprese, risponde con un “andrà tutto bene!” anche se abbiamo appena sotterrato il gatto?

Chi ne ha incontrato almeno uno sa bene che si tratta di un tipo di ottimismo capace di infastidire in egual misura al pessimismo cronico, perché entrambi sono completamente fuori luogo e scollegati dalla realtà.

In altre parole: avere di fronte chi ci esterna ottimismo gratuito senza fine dà profondamente su i nervi.

Pollyanna

E’ la protagonista di un cartone animato, una bambina dai grandi occhi ingenui, il viso pieno di lentiggini e la vocina tenera; rimasta orfana di madre e padre va a vivere da una zia, che la accoglie con freddezza… ma, la dolce bambina si farà amare da tutti!

Il cartone animato è tratto dal romanzo di Eleanor H. Porter del 1913; nel racconto la piccola non solo perderà i genitori, non solo starà da una zia poco affettuosa e distante che la metterà a dormire in soffitta, ma, come se non bastasse, perderà anche l’uso delle gambe, seppur temporaneamente.

E cosa fa la piccola Pollyanna per sopravvivere a tutte le disgrazie? Inizia a mettere in atto un trucco che le aveva insegnato il padre: il gioco della felicità.

Il “gioco” consiste nel dispensare gentilezza e ottimismo in abbondanza, a prescindere da chi si trova di fronte, atti di bontà infiniti per influenzare l’altrui benessere, e attenzione: assumendo sempre un’espressione felice.

Ottimismo idiota

Il metodo di Pollyanna è finalizzato a non voler sentire dolore, una fuga illusoria dalla realtà usando come rifugio un mondo da fiaba, ignorando le proprie emozioni negative, e mostrando una felicità preconfezionata.

Il principio è quello di escludere dalla propria memoria i ricordi spiacevoli, come se non fossero mai esistiti e fissare l’attenzione sulle esperienze belle; la sindrome viene anche definita “ottimismo idiota”.

Si può dire che si tratta di una versione patologica del pensiero positivo, che non permette il contatto con tutte le sensazioni scaturite dalle esperienze, assolutamente necessarie per metabolizzare i lutti, le sconfitte, e i traumi in generale.

Perché disturba?

Nel pensiero comune bisogna circondarsi di pensieri positivi, persone gioiose e ottimiste: e allora perché ci disturba?

Quando stiamo male la condivisione per essere funzionale necessita di empatia con l’altro, ossia, qualcuno che veda realmente una nostra “ferita” interna, che ci capisca. Quando queste emozioni non vengono accolte, ci sentiamo squalificati, trattati come se fossimo dei piagnucoloni: il sorriso di fronte alle nostre lacrime è veramente deludente.

Trovare il lato positivo in determinate situazioni non è sempre possibile, e il “gioco della felicità” viene percepito come mancanza di rispetto.

Pollyanna riceve delle stampelle come regalo al posto di una bambola e lei è felicissima di questo dono: immaginiamo un bambino reale, con un problema di salute che riceve una sorpresa del genere…

Spesso non ci rendiamo conto che un atteggiamento simile può interrompere rapporti d’amore, di amicizia e persino ledere relazioni familiari.

Dolore e tristezza

Nessuno di noi vorrebbe mai vivere momenti difficili, di sconforto e lacrime, ma sono inevitabili e vanno accolti e interiorizzati sia per superare quel momento, sia per crescere emotivamente: piangere fa bene, mandare fuori le “scorie” negative ci pulisce e alleggerisce l’anima.

Nascondere dietro un delirante ottimismo equivale e implodere, e prima o poi per una sciocchezza ci saranno esplosioni di sintomi psicosomatici.

La resilienza di cui tanto si parla si attiva quando ci sono a disposizione tutte le sensazioni, le percezioni e le emozioni legate all’evento: l’ottimismo blocca ogni processo di adattamento e cambiamento.

Inoltre, quando mettiamo in atto dei progetti dobbiamo considerarne anche le difficoltà, i possibili fallimenti, altrimenti andremo incontro a catastrofiche delusioni con nessuna capacità critica per migliorare al tentativo successivo.

Le emozioni vanno vissute tutte, nessuna esclusa.

Il posto dove più fiorisce l’ottimismo è il manicomio”

Havelock Ellis –

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it
Vi aspetto.
Dott.ssa Sabrina Rodogno

Psicostress