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L’anoressica, il secondo racconto di Nicola Genovese

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Dopo il successo di pubblico del primo racconto, siamo al secondo appuntamento con “I racconti di Nicola Genovese”, autore del romanzo “Il figlio del prete e la zammara”.

 

L’Anoressica

Paola guardava fissa oltre la finestra della morte.

In quella stessa stanza, la figlia Silvia era stata ricoverata per quasi un anno.

La ragazza era in cura presso il DCA (Centro Disturbi del Comportamento Alimentare di Todi) poiché affetta da anoressia.

Una mattina si era buttata dalla finestra della sua stanza posta al 4° piano.

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Il DCA è una moderna struttura inserita nell’antico e storico Palazzo Francisci, circondato da alberi secolari. In questo Centro di eccellenza sono curate con un programma integrato le patologie concernenti anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari. Le persone che ne soffrono sono circa 2 milioni.

Purtroppo il fenomeno è in rapido aumento: ogni anno si registrano circa 8000 nuovi casi.

Soprattutto il dato allarmante è che anche i bambini soffrono di queste patologie.

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La mamma l’aveva assistita durante tutto il periodo del suo ricovero, con tanto amore e sacrifici.

Ogni giorno si recava nella piccola cappella del centro a pregare per la sua guarigione.

Contava molto sulle cure specialistiche che alternavano periodi di speranze a profonde delusioni. Purtroppo non ci fu nulla da fare.

La morte l’avvolse nel suo manto scuro alle prime ore dell’alba.

Era una bella ragazza di diciotto anni, piena di tanta voglia di vivere. Da bambina era un po’ grassottella. Le compagne di classe la sfottevano. La chiamavano “palla”, ma lei non se la prendeva più di tanto.

Era così simpatica e allegra che tutti gli amici la invitavano alle feste o a gite in comitiva.

Raccontava tante barzellette, molte delle quali riferite alla “grassezza”. La sua risata a fine racconto era così travolgente che contagiava tutti.

Durante una gita scolastica aveva conosciuto Carlo, con il quale era nata una forte simpatia.

Si vedevano tutti i giorni durante la ricreazione e spesso si scambiavano le merende.

Lei si schermiva dicendo che doveva dimagrire,

ma lui gli rispondeva che stava bene così.

Carlo giocava a pallacanestro e, per tenersi in forma, ogni giorno andava a fare footing.

Pur di stargli vicino, anche lei si attrezzò con tuta e scarpette.

Ogni giorno andavano a correre sul bellissimo lungomare di Pescara con un contapassi al braccio.

Percorrevano circa 4 km al giorno e Silvia iniziò a perdere peso. Dopo alcuni mesi aveva raggiunto una

forma perfetta e le sue amiche adesso la invidiavano.

Ben presto la loro amicizia si trasformò in un sentimento più profondo: Amore.

Quello con la A maiuscola, che riempie tutti gli attimi della tua giornata e dona il meglio di te all’altro.

Avevano programmato di sposarsi entro l’anno.  

Purtroppo, durante il rientro da una festa, l’auto guidata da Silvia era andata fuori strada a causa di una fitta pioggia.

Lui morì sul colpo. Lei fu ricoverata in ospedale nel reparto di terapia intensiva a causa di un trauma cerebrale. Ci rimase per quasi un mese, in coma farmacologico.

Quando fu dimessa ed ebbe appreso della morte del fidanzato, entrò in una grave crisi depressiva.

Dopo qualche mese iniziò a rifiutare il cibo…

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Il dolore per la morte della figlia fu straziante.

Venne sepolta nella tomba di famiglia a Pescara, sua città nativa.

Passarono i giorni e lentamente mamma Paola scivolò nel baratro più oscuro e profondo.

Era rimasta sola. Il marito le era morto dieci anni prima.

L’unico scopo della sua vita era Silvia, la luce dei suoi occhi.

Si era chiusa nel silenzio più totale.

La fede che fino ad allora l’aveva sostenuta adesso non le dava più alcun conforto.

Anche lei, come la figlia, iniziò a rifiutare il cibo.

Ben presto entrò in uno stato iniziale di anoressia.

Si ricoverò subito a Todi nello stesso centro dove era stata la figlia. Non voleva fare la stessa fine.

Chi sarebbe più andato sulla tomba di Silvia a portare un fiore? Spesso si sedeva sul suo letto.

Guardava fuori dalla finestra e tanti ricordi  

l’assalivano. Nella sua solitudine ripercorreva tutto il passato della sua vita.

Valeva ancora la pena di viverla! Aveva appena compiuto quaranta anni.

Ogni giorno andava a fare una passeggiata nel parco secolare del palazzo.

Aveva incontrato Mario, un uomo di cinquant’anni con capelli brizzolati e uno sguardo profondo.

Era nativo di Perugia e affetto della stessa malattia. Passeggiavano insieme e parlavano della loro vita, delle esperienze passate e dei progetti per il futuro.

Lui aveva perso la moglie cinque anni prima, affetta da un tumore al seno. Non aveva avuto figli.

Volevano guarire e si facevano coraggio a vicenda.

Con il passare del tempo la loro amicizia si trasformò in amore, quell’amore maturo e consapevole che non brucia, ma dura.

Dopo cinque mesi di cure intensive, finalmente uscirono dal tunnel dell’anoressia e furono dimessi.

Si misero insieme e andarono a vivere a Perugia nella sua casa. Spesso si recavano a Pescara per far visita alla tomba della figlia. A Giugno, Paola riapriva la casa di fronte al lungomare e insieme trascorrevano felici tutto il periodo estivo.

Questa volta dalla finestra della morte era entrata la vita.

Nicola Genovese

Il romanzo di Nicola Genovese “Il figlio del prete e la zammara” è reperibile su Ibs libri, oppure richiedendolo direttamente all’editore Aulino Tel.3284793977 oppure via e-mail:info@Aulinoeditore.it.

 

 

 

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