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Lasciamo andare: vince chi molla

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Un solco nell’anima

Immaginiamo di stare in auto e cadere in un fosso; immaginiamo di voler uscire andando avanti e indietro con rabbia, facendo slittare le ruote nell’asfalto creando un solco ancora più profondo: è cosi che funziona la nostra mente quando resta intrappolata in vecchie esperienze dalle quali non riusciamo a venire fuori.

Lasciar andare sembra un processo facile se letto in un libro o detto dallo specialista di turno, nella pratica invece è impresa ardua per il miscuglio di emozioni che caratterizza il passaggio dal vecchio al nuovo: staccarsi dalle catene vuol dire abbandonare la base sicura su cui poggiano i nostri piedi per incamminarci in sentieri nuovi.

Vuol dire smettere di far slittare le ruote e uscire dall’auto, lasciarla lì e continuare a piedi.

Perché restiamo impantanati?

1. La certezza del vecchio

Restare nei ricordi ci dà la falsa illusione di familiarità, quello che ci è accaduto è parte di noi e tenere aperta la porta sulle esperienze passate ci fa sentire al sicuro, anche quando le tracce di memoria sono negative.

Proprio come l’auto nel solco ci sentiamo protetti, uscire e chiedere aiuto ci spaventa e restiamo lontani dalla realtà che c’è fuori, per la paura di qualcosa di nuovo.

2. Situazioni traumatiche

Quando viviamo una situazione di forte stress emotivo il nostro cervello tende a creare meccanismi di difesa, come se volessimo ingoiare a tutti i costi un grosso boccone con una sorsata d’acqua. Ma non è sufficiente mandare giù l’amaro, bisogna anche metabolizzare: altrimenti tutte le sensazioni del trauma restano sotto la nostra pelle e in un momento qualunque escono fuori, riportandoci indietro, e le paure passate inquinano le esperienze che viviamo oggi.

Quando ci rendiamo conto di essere bloccati?

La consapevolezza di qualcosa che non va ci arriva nei momenti difficili, quando vediamo che i nostri schemi così rassicuranti non ci portano da nessuna parte: non avanziamo di un passo e siamo fermi su un binario morto.

Desideriamo un rapporto leggero e costruttivo ma troviamo sempre lo stesso partner inadatto; vorremmo un lavoro interessante, stimolante e ci ritroviamo nella stessa condizione per anni; alcuni amici ci feriscono e noi pensiamo solo alla vendetta; in famiglia gli attriti si trasformano in litigi e non ne usciamo più moltiplicando i rancori nel tempo.

Se continuiamo a nutrirci degli stessi pensieri, ad alimentare le stesse credenze o i medesimi rancori, assumendo comportamenti sempre uguali, è certo che non solo non cambierà nulla, ma diventerà sempre più faticoso vivere.

Nessuno cambia per nostro volere, e nemmeno noi per il volere degli altri.

Effetti collaterali del “restare attaccati”

Restare attaccati alle catene del passato è un grosso dispendio di energie su tutti i piani:

 

  • Mentale: fantasie e ricordi ripetitivi, pensiamo e ripensiamo alle stesse cose;

 

  •  
  • Emotivo: malinconia per un vissuto finito, ansia per un vissuto che può finire, umore basso per la mancanza di nuovi stimoli, l’apatia, la sfiducia, la frustrazione e la rabbia per il senso di incapacità a cambiare le cose.

 

 

  • Fisico: le emozioni su elencate tengono il corpo rigido quasi a voler resistere ad ogni possibile cambiamento, la rabbia aumenta la secrezione gastrica con conseguente aumento di consumo di cibo o difficoltà digestive, i pensieri disturbano il sonno.

 

Attuare piccoli cambiamenti

 

  • Chiudere le porte

Per poter ricevere dobbiamo necessariamente lasciare: la vita è in continuo cambiamento e andando avanti dietro di noi si formano le impronte del passato. Impariamo piano piano a socchiudere delle porte e far entrare nuova luce dalle finestre.

 

  • Svuotiamo le tasche

Mettiamo via oggetti che non usiamo più, smettiamo di perdere tempo con persone che al momento non fanno parte del nostro quotidiano.

 

  • Riconsiderare la persona o la situazione

È capitato a tutti di litigare di continuo con una persona e non riuscire a smettere di discutere in un vortice crescente di rabbia, fino a sentirsi scoppiare le vene di tutto il corpo.

Ma ci siamo mai chiesti che importanza abbia questa persona per noi?

Non si tratta di squalificare ma di vedere chi abbiamo di fronte e cosa porta nella sua storia, magari non ha la nostra sensibilità o modo di esprimersi e dunque non comprende certi ragionamenti: meglio scegliere il silenzio e lasciar cadere la discussione sul nascere.

 

  • Non rimuginare

Pensare e ripensare alle cose che ci fanno stare male non le cambia magicamente: se il nostro datore di lavoro è scorretto lo sarà anche domani e nei giorni a venire.

Tenere in vita l’emozione attraverso il ripensare continuamente porta l’organismo ad implodere, proprio come un vulcano pieno di lava.

 

  • Scrolliamo via

Muoviamo le braccia e le mani come a voler togliere dell’acqua, far scivolare via dal nostro corpo pesantezza e residui superflui.

Lo consiglia anche Niccolò Fabi: https://www.youtube.com/watch?v=dRqCKeerLag

«Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe molte volte a partorirsi da sé ».

Gabriel Garcia Màrquez.

 

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it

Vi aspetto.

Dott.ssa Sabrina Rodogno

 

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