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Cronaca

Mafia a Pomezia e Ardea: così il boss teneva in pugno i commercianti

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Un rapporto di paura mista a sudditanza. È questo quello che emerge dalle indagini condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia che lo scorso giugno hanno portato all’arresto di 34 persone per associazione mafiose riguardo il clan Fragalà – specialmente il “capo”, Alessandro – e gli imprenditori vittime di estorsione.

Gli “affari”

Una delle attività del clan, infatti, era proprio l’estorsione, spessa fatta anche a danno di “amici” o di “concorrenti”, ovvero persone vicine in qualche modo ad altri clan mafiosi.
Il modus operandi aveva un filo conduttore che ricorre – mellifluamente – in tutti gli episodi accertati dagli inquirenti: l’ “amicizia” con il boss Alessandro, che dopo aver ricevuto i soldi estorti aveva anche la faccia tosta di chiamare le proprie vittime per ringraziarle per quanto erano state generose con lui.«Amico mio bello – soleva dire – volevo ringraziarti per la premura che hai avuto».

Pagare i Fragalà veniva fatto passare quasi per un “riconoscimento” da parte del clan. Soldi, tanti, ma non solo: anche lavori di qualsiasi tipo e materiali vari, dalle finestre agli elettrodomestici, alle vittime veniva chiesto di tutto. Imprenditori, ristoratori, costruttori, ma anche un personaggio che ruota intorno alla politica locale: sono almeno 7 le estorsioni accertate dai carabinieri durante i lunghi mesi di indagini e di intercettazioni relative all’operazione “Equilibri”. Senza contare gli “avvertimenti” e i danneggiamenti fatti a scopo di intimidazione nei confronti di una nota famiglia di pasticceri che avevano deciso di aprire un loro locale a Torvaianica, luogo “sacro” per i Fragalà. “Verrà qualche amico mio e ti dirà soltanto ‘sono il Siciliano’… non c’è bisogno che dice nomi”.

“Dovresti baciare per terra che ancora non ti ha ammazzato o non ti ha fatto ammazzare”

“Ora vengono i siciliani, ti sparano in testa a te, a tua moglie, ai tuoi figli”. Queste sono alcune delle frasi con cui si rivolgevano alle loro vittime, con cui tentavano – riuscendoci – di incutere terrore. E loro pagavano, arrivando a indebitarsi, cercando di nascondere ai familiari, specie alle mogli, quello che stava succedendo. Pagavano a quelli che si spacciavano per “persone vere, oneste, giuste e di sani principi, fatti di sangue vincente e niente e nessuno riuscirà a fermarci”. E invece qualcuno li ha fermati, per fortuna. I Fragalà usano il “potere intimidatorio” del loro nome per mettere paura, paventando violenze terribili e facendo riferimento alla loro terra d’origine, la Sicilia.

Non hanno remore a usare kalashnikov, a uccidere o rapire, ma nel contempo si professano persone “oneste e onorate”. Gli affari – non solo le estorsioni – si gestivano dalla pasticceria “Caprice” di via Danimarca di Ignazio Fragalà o da casa di Alessandro. Non sapendo di essere intercettati, gli affiliati al clan parlavano liberamente anche dei loro collegamenti con le altre famiglie mafiose, ma anche delle contrapposizioni che potevano esserci. Con i Casalesi, per esempio, nonostante gli affari da centinaia di migliaia di euro, il boss Santo D’Agata consigliava di mantenere una linea di demarcazione netta, temendo che una eccessiva condivisione di interessi e obiettivi avrebbe potuto generare disguidi e conflitti. Le estorsioni dei Fragalà non venivano fatte solo in maniera diretta, ma anche per fare dei “favori a degli amici”.

A chiedere i soldi vengono mandate persone che “sanno parlare, sanno picchiare e sanno essere convincenti”. Così come convincente è lo stesso Alessandro Fragalà: a lui non serve minacciare o picchiare: basta “far intendere”. L’inchiesta “Equilibri” riporta indagini condotte a partire dal 2014. Negli affari del clan c’è di tutto: oltre alle estorsioni primeggia ovviamente il traffico di sostanze stupefacenti – che frutta centinaia di migliaia di euro – ma anche, come riportato nella nostra inchiesta precedente, l’usura. Ma non si disdegnano altri tipi di reati e, cosa ancora più ambita, la volontà di ascesa al potere politico e al conseguente controllo amministrativo della città.

La Mafia nel territorio tra Pomezia,
Torvaianica e Ardea

Che la mafia a Roma e provincia ci sia è accertato. Così come sia ben radicata a Pomezia, Torvaianica e Ardea. Lo afferma chiaramente anche l’ultima Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia. Roma, intesa come area metropolitana e non solo come città, rappresenta il centro nevralgico intorno al quale gravitano interessi, decisioni e forme autoctone di coordinamento tra i multipli flussi di criminalità organizzata, con un “sistema mafioso” che attraverso una strategia di sommersione ha progressivamente infiltrato attività imprenditoriali – apparentemente legali – operanti in molteplici campi. nel tempo registrate consolidate presenze di camorra, di ‘ndrangheta e di Cosa nostra, che mantengono i legami con il territorio d’origine e che, allo stesso tempo, agiscono relazionandosi tra di loro e con le organizzazioni criminali autoctone.

Un rapporto cementato da accordi finalizzati alla spartizione degli affari criminali più redditizi. Un territorio complesso, in cui si è assistito alla formazione di una sorta di “tavolo permanente” tra le mafie, unico nel suo genere, dove si incontrerebbero gli appartenenti di vertice delle diverse compagini, in una tipologia di aggregazione criminale non riscontrata in altre parti d’Italia. 

Così come nella Capitale, anche a Pomezia, Torvaianica e Ardea (e ovviamente Tor San Lorenzo), risultano, da tempo, operativi sia aggregati criminali di matrice locale, che proiezioni di gruppi mafiosi calabresi, campani e siciliani, perfettamente in grado di gestire qualsiasi tipo di illecito, rispecchiando le caratteristiche delle omologhe compagini delinquenziali operanti nei territori di elezione. Un elemento che accomuna i diversi gruppi può essere rintracciato nella strategia di ridurre progressivamente le componenti violente e militari, che cedono il passo alla promozione di proficue relazioni finalizzate, in definitiva, a una infiltrazione silente del territorio.

Trame oscure e l’usura

Questo significa che si commettono meno azioni violente, almeno alla luce del sole, agendo in maniera più subdola, con ricorso a prestanome, società fittizie, acquisizioni indebite. Ovviamente dopo essere riusciti ad acquisire in maniera poco pulita le aziende. Ma non solo: un’altra attività tra quelle “preferite” quella dell’usura, favorita proprio dall’interazione fra le varie “componenti” criminali, utilizzata anche come modalità di reinvestimento del denaro illecitamente accumulato. E qui l’usura viene dimostrata dalle numerose intercettazioni che vedono i protagonisti in varie occasioni. Ma sul litorale romano c’è una complessa evoluzione dei rapporti tra le famiglie mafiose che controllano i territori che vanno da Ostia a Nettuno: dai Fasciani agli Spada, passando dai Triassi ai Casamonica. “Anche l’area di Pomezia – si legge nel rapporto – non è esente da infiltrazioni mafiose.

Si è registrata la presenza di esponenti delle ‘ndrine calabresi e della famiglia GANGEMI, impegnati per lo più nell’usura”. Al momento della stesura della relazione semestrale, ancora i carabinieri non avevano effettuato gli arresti relativi all’operazione “Equilibri”, quindi la DIA non poteva sbilanciarsi in merito al ruolo che ricoprono i Fragalà nella spartizione del litorale romano. Ma le famiglie citate non sono le sole a comandare. Nei rapporti delle forze dell’ordine ai magistrati ci sono altri nomi, alcuni a cui si può arrivare ragionando un po’, altri invece davvero insospettabili.

Una fitta rete di rapporti

Il tessuto che si è creato può essere spiegato così: “Quello che negli anni scorsi era apparso come un fenomeno criminale assolutamente innovativo, ma ancora in fase iniziale – e perciò tutto da verificare e ricostruire – ha trovato nell’ultimo periodo plurime importanti conferme, sia a livello investigativo che processuale, che ne consentono ora una più sicura ed adeguata prospettazione, sia sul piano teorico che pratico.

Tali organizzazioni si atteggiano quali associazioni di matrice autoctona che, diversificate tra loro quanto al modello strutturale adottato, ai “fatti costituitivi” del potere criminale che esercitano ed ai modelli operativi praticati, appaiono tuttavia accomunate dall’utilizzo del cosiddetto metodo mafioso per conquistare e dividersi il mercato illegale ed intervenire attivamente su quello legale, in tal modo ricadendo nel paradigma normativo degli articoli 416 bis e 416 bis.1 del codice penale (Associazione mafiosa, ndr).

In secondo luogo, trova conferma che Roma, soprattutto il territorio metropolitano, ma anche l’area limitrofa e il basso Lazio, costituiscono, anche dal punto di vista mafioso, il teatro di una presenza soggettivamente plurima e oggettivamente diversificata, a carattere certamente non monopolistico. Non c’e un solo soggetto in posizione di forza e dunque di preminenza sugli altri, ma sullo stesso territorio coesistono e interagiscono diverse soggettività criminali. Dunque, accanto alla vera e propria novità della presenza di organizzazioni mafiose di matrice autoctona, opera una composita galassia criminale, tanto nutrita quanto pericolosa, fatta di singoli o gruppi che costituiscono altrettante proiezioni, in senso ampio, delle organizzazioni mafiose tradizionali, della ‘ndrangheta, di diversi gruppi di camorra, ma anche di Cosa nostra”, come si legge nella Relazione del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2019.

 


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