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CONTI PUBBLICI ED UNIVERSITA’: LE VERITA’ DI DE FUSCO

A pochi giorni dall’attesissimo consiglio comunale del 30 e 31 Agosto, che avrà come punti cardine il bilancio consuntivo del 2010 ed il previsionale 2011, il sindaco Enrico De Fusco, in un’intervista-fiume, parla in anteprima dei due temi più “scottanti” dell’estate: lo stato economico delle casse comunali ed il futuro dell’università di Pomezia

BILANCIO

Uno dei tasti dolenti che accompagnano l’amministrazione De Fusco è la questione bilancio: da tempo l’opposizione chiede chiarezza sui conti pubblici. Cosa risponde?

“Immagino quali saranno le discussioni che si faranno nel corso dell’assise, perché sono sempre le stesse. Proprio in questi giorni ho visto dei manifesti pubblici fatti affiggere dal mio antagonista al ballottaggio, i quale dice che il Comune è indebitato. Ci voleva lui, o altri pezzi dell’opposizione, per scoprirlo, visto che a dire che c’è un grosso deficit sono le stesse persone che non hanno votato la revoca dell’Aser, pur sapendo che il danno notevole alle finanze pubbliche lo stava generando proprio quella società? Chi dice queste cose non ha fatto nulla per impedire questa situazione, anzi… Il 12 Agosto mi sono nuovamente recato all’ANCI proprio per parlare delle notevoli difficoltà economiche che Pomezia, come altri 540 Comuni d’Italia, sta vivendo a causa dell’Aser – San Giorgio – Tributi Italia, che non hanno versato risorse significative appartenenti alle Amministrazioni. Se ai mancati versamenti si aggiunge anche l’aggio abnorme che era stato concesso, addirittura il 30%, si capisce quale possa essere il danno causato da questa società. Chi ci accusa dovrebbe invece notare che Pomezia, con la mia Amministrazione, è stato il primo Comune che ha rescisso il contratto con Aser, mentre alcuni Enti Locali, paradossalmente, ancora non hanno fatto questa scelta. Se avessimo continuato a far gestire i tributi a questa società, allora sì che Pomezia sarebbe stata in dissesto finanziario e senza risorse neanche per i servizi primari”.

La vicenda dell’Aser è ormai nota a tutti. Resta il fatto che il Comune è indebitato per più di 100 milioni di euro.

“Ma va ribadita, perché in 10 anni di “servizio”, dal 1999 al 2009, l’Aser ha portato via dalle casse del Comune circa 120 milioni di euro tra aggio e importi non versati. Chi quindi incolpa me di questi debiti sta facendo una politica becera. Non capire, o far finta di non capire, che con i bilanci dell’amministrazione De Fusco dal 2006 al 2010 abbiamo pagato quasi 40 milioni di euro per fatture che vanno dal 1997 all’inizio del 2006, ovvero per spese fatte e non saldate dai governi precedenti, significa poi dare informazioni false ai cittadini. Stiamo parlando di 40 milioni che sono stati sottratti alle spese dei bilanci della nostra amministrazione, perché la normativa è chiara: le fatture vanno onorate in ordine cronologico, per cui siamo stati costretti a ripianare i debiti precedenti con i soldi dei nostri bilanci, lasciando scoperte quelle correnti, che invece ci riguardano direttamente. Ancora oggi arrivano decreti ingiuntivi per vecchie fatture che siamo costretti a pagare con quanto avevamo invece previsto per altri lavori ed altri servizi. Se non avessimo dovuto pagare questi 40 milioni e se qualcuno, tra coloro che adesso puntano il dito accusatorio, avesse deciso prima di revocare la convenzione con l’Aser, la situazione attuale sarebbe sicuramente diversa. Sarebbe bastato mandare via l’Aser 4 o 5 anni prima, quando governavano proprio le stesse persone che ora mi accusano, per risparmiare almeno altri 40 milioni di euro, solo di aggio. Se a questi si sommano i 40 di cui sopra, ecco che il bilancio di Pomezia viene quasi del tutto ripianato. Senza contare che, dopo tutte le denunce che abbiamo fatto, il Ministero delle Finanze ha accertato che il Comune di Pomezia è creditore nei confronti di Aser–Tributi Italia di oltre 50 milioni di euro per mancati versamenti. Proprio grazie a questo accertamento siamo riusciti a stipulare, attraverso un protocollo d’intesa stipulato con l’ANCI, un accordo tra Poste Italiane, Ministero del Lavoro e SACE – una società partecipata del Ministero delle Finanze – per ottenere un finanziamento con un tasso d’interesse molto basso, che probabilmente ci permetterà di risanare tutti i debiti e di rilanciare l’economia locale, almeno questa è la mia speranza, sempre tenendo di vista l’handicap che viene dai tagli fatti dal Governo centrale nei confronti degli Enti Locali”.

Chi sono i maggiori creditori nei confronti del Comune?

“Abbiamo un debito di circa 13 milioni con la Pontina Ambiente, altrettanti con il CNS (Consorzio formato da Aimeri Ambiente – Formula Ambiente, ndr) e 12 milioni con la Pomezia Servizi. Già con i 40 milioni che abbiamo dovuto pagare per i debiti pregressi avremmo potuto saldare completamente questi conti. Gli altri sono tutti “piccoli” creditori, che vantano importi inferiori ai 3 milioni di euro”.

UNIVERSITÀ

Legata al bilancio ed alla crisi finanziaria c’è la “questione Università”, sulla quale De Fusco interviene per delineare la sua posizione. “Per capire nella sua interezza la situazione relativa all’Università di Pomezia bisogna tornare indietro nel tempo”. Così esordisce per rispondere alla richiesta di chiarimenti rispetto al futuro ed alle polemiche inerenti alla struttura di via Pontina. “All’inizio della mia prima legislatura, nell’autunno del 2006, l’intero complesso era quasi in stato di abbandono e gli studenti erano circa 500. Nel giro di un paio d’anni, grazie all’apertura di corsi di Laurea importanti come Architettura, Economia Aziendale, Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e Scienze Infermieristiche, gestiti dalla Sapienza di Roma, gli iscritti salirono a 1700. Gli edifici, i bungalow, le aree sportive e quelle verdi furono risistemate ed il Campus conobbe il suo apice. Poi La Sapienza tolse alcune facoltà, a mio avviso a torto, adducendo motivazioni pretestuose riguardanti il pagamento dei corsi”.

Ovvero?

“Il mio predecessore, Stefano Zappalà, stabilì con La Sapienza un accordo che, a fronte del pagamento di 120 mila euro per ogni corso di Laurea, avrebbe dato in cambio ricerca, formazione e sviluppo universitario. Purtroppo questi tre elementi non ci sono mai stati, facendo decidere al Comune, socio di maggioranza del Consorzio Universitario, di contestare e poi sospendere, due anni fa, i pagamenti dei servizi non resi. Questo ha spinto l’ateneo romano a prendere la decisione di sopprimere alcuni corsi e di non rinnovarne altri dopo la loro naturale conclusione. Scelta da noi non condivisa, ma non potevamo sottostare ad una specie di ricatto che ci costringeva a pagare per qualcosa che non ci veniva dato”.

Lì, spiega il Primo Cittadino, è iniziata la fase di ridimensionamento del numero degli iscritti. “Con l’intento di trovare un’alternativa altrettanto importante sul piano didattico, che potesse sopperire a quanto veniva man mano a mancare – continua De Fusco – sono state contattati altri atenei, in modo da avere anche la possibilità di far diventare il Campus “Università di Pomezia” e non più sede distaccata”.

L’idea era buona, ma la gestione della stessa non è stata ottimale. “E’ stata scelta la LUM, un’università privata che ci offriva facoltà interessanti come Giurisprudenza e che consentiva agli studenti di pagare le stesse rette della scuola pubblica. Purtroppo ci ha dato solo l’attività di tutoraggio, con i ragazzi costretti a sostenere gli esami in altre sedi. Questo ha fatto diminuire ancora il numero degli iscritti, che attualmente sono solo un centinaio. Di fatto, inoltre, non esiste un dispositivo disciplinare che regola le varie attività della LUM, il che potrebbe rendere invalido l’accordo stesso. Valutando i costi rispetto ai servizi effettivamente offerti, dobbiamo quindi capire se e come continuare con questo ateneo. I costi attualmente sostenuti dalla comunità, secondo me, sono infatti troppo onerosi rispetto a quanto oggettivamente ci viene dato: abbiamo quindi già contattato i responsabili della LUM per rivedere il contratto, rivalutandolo sulla base reale dell’offerta, che deve essere vantaggiosa per la città e gli studenti”.

Ma la cifra concordata, adesso ritenuta troppo alta, da chi era stata concessa?

“L’importo era stato approvato dal CdA, ma teneva conto di tutta una serie di attività. Se la LUM avesse svolto l’attività appieno, l’importo concordato sarebbe stato congruo. Fornendo invece solo il tutoraggio, gli 800 mila euro richiesti dall’università di Bari sono invece troppi, anche perché con questa formula gli studenti sono scoraggiati dall’iscriversi a Pomezia, cosa che invece farebbero se fosse garantita la possibilità di avere un’offerta che comprenda sia la didattica che gli esami, oltre alla possibilità di fare laboratorio piuttosto che stage o quant’altro utile alla formazione professionale e culturale”.

Alla luce di questo, quali sono le prospettive?

“Dobbiamo ripartire dalla convinzione che quella è una sede universitaria e come tale va rilanciata. L’elemento forte e predominante deve quindi essere l’università e non altro. Ultimamente, invece, lì c’era di tutto – CNR, Unicri, Ceas, gruppi di amatori di auto d’epoca, manifestazioni varie – ma ormai mancava l’elemento portante, ovvero un’offerta formativa universitaria completa. Si è quindi perso di vista il reale motivo dell’esistenza del Campus, lasciando spazio a scelte collaterali, sicuramente ottime, ma che potrebbero andar bene solo se di sostegno ad un’attività un’universitaria già consolidata. Quindi tutti i provvedimenti che si stanno prendendo i questi giorni non sono contro, ma a favore, indispensabili per salvare il progetto iniziale, che è quello di un Campus degli Studi e delle Università. Oggi più che mai il denaro pubblico è sempre meno, lo vediamo con i tagli e le riduzioni che vengono continuamente fatte dal Governo Centrale a cascata fino ai Comuni, ai quali rimane ben poco per garantire i servizi ai cittadini: questo significa che ogni euro va speso con oculatezza, utilizzando al meglio quello che abbiamo a disposizione, quindi non capisco cosa abbia spinto “pezzi” significativi dell’università verso la direzione opposta, con aumento delle spese a fronte di ben poche entrate, che a questo punto derivano quasi esclusivamente dal Comune, che già si trova in difficoltà economica per altri motivi. Quindi non posso contraddire il lavoro che sto facendo per rimettere a posto le finanze pubbliche, consentendo l’aumento delle spese per il Campus – e quindi non strettamente per l’università, ma per attività collaterali – e nel contempo riducendo invece servizi ai cittadini”.

C’è il rischio di chiusura?

“No, la volontà è quella di rilanciare l’università, garantendo i posti di lavoro dei dipendenti del Consorzio, che svolgono attività reali e serie, ma nel contempo contenendo le spese e cercando di aumentare le entrate. Vorrei quindi che fosse ben chiaro questo concetto: lì c’è un’università e noi faremo di tutto affinché rimanga e che cresca. Chi manda in giro chiacchiere che sostengono che il nuovo CdA voglia far perdere la vocazione università per dar spazio ad altre attività sta mentendo, perché quello che stiamo facendo è l’esatto contrario”.

Perché dovrebbe mentire?

“Forse perché si è reso conto – o, al contrario, non si è reso ancora conto – che quello che si stava facendo negli ultimi tempi era proprio questo, ovvero allontanare il Campus dal suo scopo primario, visto che tutto era diventato, tranne che un’università”.

Ma a questo punto, quali prospettive hanno gli studenti?

“Per avere un quadro più preciso dobbiamo rivedere innanzi tutto l’accordo con la LUM. Per quanto riguarda La Sapienza verranno portati a termine alcuni corsi arrivati ormai al terzo anno, mentre per le altre università pubbliche con cui siamo in contatto, tra cui Tor Vergata, stiamo programmando degli incontri, che però non ci consentiranno di attivare nuovi corsi già da quest’anno a causa dei tempi autorizzativi da parte del MIUR e dei Senati Accademici. Vogliamo quindi instaurare con gli atenei pubblici un rapporto che guardi al futuro e che coinvolga anche il tessuto industriale e scientifico che ancora resta a Pomezia, come l’IRBM, che ha messo a disposizione i suoi laboratori per stage e tirocini da associare ai corsi che potrebbero essere tenuti dall’università di Tor Vergata, così come già anticipato anche dal Rettore Renato Lauro la scorsa primavera. Abbiamo una struttura bellissima e con un potenziale immenso: adesso sta a noi rivalutarlo nella maniera più corretta, per far sì che l’intera cittadinanza ne tragga benefici”.