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Cronaca

Pomezia, “ucciso” dal carcere: invalido al 100% viene sbattuto in cella e muore in meno di 48 ore

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La pena di morte in Italia non esiste più, né nel Codice penale, dove fu abolita nel 1889 (fatto salvo il biennio del fascismo, in cui fu reintrodotta), né nella Costituzione, dove venne cancellata nel 2007. Ma siamo sicuri che davvero sia così e che non ci siano detenuti condannati a morte da un sistema che a volte invece di essere educativo è solo disumano?È il caso di Giovanni, nome di fantasia, 76enne di Pomezia affetto da gravi patologie, tra cui Alzheimer, demenza cronica, incontinenza urinaria, afasia cioè incapacità di esprimersi con la parola e disfagia, ovvero difficoltà a deglutire cibi solidi, più altre patologie, per cui era stato riconosciuto dall’apposita Commissione ASL come invalido al 100% con il sostegno dell’accompagno, noto come legge 104/92.

L’uomo, che prima di ammalarsi gravemente faceva il commercialista, qualche anno fa restò coinvolto in un’indagine che vide protagonista un noto costruttore della zona che fece un notevole crack finanziario, lasciando immobili costruiti a metà e quindi persone che avevano acceso già un mutuo senza casa, ma anche dipendenti senza lavoro e fornitori senza pagamenti. L’anziano aveva messo delle firme che non avrebbe dovuto apporre, validando così alcune fatture e per questo venne riconosciuto colpevole di falsa fatturazione. A fine agosto di quest’anno, a distanza di anni, la giustizia va a chiedere il conto: mandato di arresto per l’uomo, per la pena residua di un anno e due mesi di carcere. L’uomo va in carcere, ci resta meno di 24 ore e muore, nonostante i familiari avessero implorato medici e poliziotti di adottare una misura alternativa, viste le condizioni di salute disperate in cui il loro congiunto versava. Ma ecco cosa è successo.

Da Il Corriere della Città – OTTOBRE 2021

L’arrivo della polizia

La scena è di quelle davvero incredibili. È il 30 agosto, poco più di un mese fa. Sono circa le 11 del mattino, fa molto caldo, Giovanni si trova nella casa che condivide con la moglie e la figlia. Essendo così invalido, non può mai stare da solo e l’anziana consorte da non è sufficiente per badare a lui. Suonano alla porta, ad aprire la figlia dell’uomo, perché lui è in bagno, assistito dalla moglie. Sull’uscio ci sono tre poliziotti, che comunicano alla donna di dover notificare al padre un ordine di esecuzione relativo alla pena residua di un anno e due mesi di prigione. La figlia, allarmata all’idea della reclusione sapendo le condizioni di salute del genitore, immediatamente parla con gli agenti per spiegare la situazione sanitaria.

Mostra quindi ai poliziotti una voluminosa documentazione rilasciata dall’ASL di zona per avvalorare il suo racconto e dimostrare che la detenzione carceraria non è sicuramente compatibile con lo stato fisico del padre. Gli agenti spiegano allora alla figlia che i familiari avrebbero dovuto avvalersi di una dichiarazione medica, già compilata, nella quale veniva attestava lo stato di salute dell’uomo, nonché la sua incompatibilità con il carcere. Non avendo tale documento, ma consapevoli di non poter portare direttamente l’uomo in carcere dopo aver visto che effettivamente stava male, i poliziotti decidono di far intervenire un’ambulanza con medico a bordo, ma questo, dopo aver letto la documentazione e aver eseguito una breve visita del paziente, dichiara di non essere la persona giusta per poter rilasciare la certificazione richiesta dagli agenti, che può essere invece scritta presso un ospedale. L’uomo viene quindi fatto salire sull’ambulanza e portato presso un ospedale, dove viene visitato dopo quasi 4 ore, alle 17:00.

Fino a quel momento Giovanni non ha né mangiato, né bevuto, né, cosa più importante, preso le sue medicine, che devono essere somministrate ad orari ben precisi, nonostante la figlia abbia seguito l’ambulanza e, una volta giunta nel nosocomio, chiesto di parlare con il medico per spiegare la situazione, visto che il padre non può farlo in modo chiaro. Ma alla donna viene negata ogni possibilità di interagire sia con dottore che con il genitore. Dopo la visita nel primo ospedale, il medico di turno decide di farlo trasferire presso un’altra struttura per farlo controllare da un neurologo. Il 76enne viene quindi caricato nuovamente sull’ambulanza e trasferito in un altro ospedale, sempre sotto la scorta dei poliziotti e sempre seguito dalla figlia, in ansia per la salute del padre, che dalla mattina non aveva seguito le cure necessarie.

Il giro degli ospedali

Nel secondo ospedale, la visita con il neurologo avviene solo intorno alle ore 22:00, dopo circa 5 ore di attesa al pronto soccorso. Qui viene fatto un certificato generico del paziente, che viene rimandato nel primo ospedale: è infatti compito del medico che lo ha visitato per la prima volta dare la compatibilità dello stato di salute del paziente con il carcere. Giovanni intorno alle 23 torna quindi nel primo ospedale, dal medico che aveva disposto la visita neurologica. La figlia, che a bordo della sua auto ha sempre seguito il padre, chiede al personale del 118 che prima aveva portato l’uomo all’interno del pronto soccorso se ha notizie.

La risposta per la donna è raggelante. Le viene riferito che il medico responsabile di turno aveva dato “esito favorevole” per il trasporto in cella, poiché secondo lui lo stato di salute di Giovanni era compatibile con il regime carcerario. La donna prova allora in tutti i modi a parlare con il medico, per capire con quale criterio avesse preso quella decisione e spiegargli che Giovanni era rimasto tutto il giorno in balia di grossi disagi, che non aveva mangiato né bevuto, né tantomeno aveva preso le medicine che prescrive la sua terapia giornaliera. Inoltre il 76enne doveva essere cambiato del pannolone che indossava ormai da quasi 20 ore, poiché affetto anche da problemi di incontinenza urinaria.

Ormai esausta, la figlia – in preda a una reazione rabbiosa – inizia a urlare contro il medico che si trovava dietro la porta del Pronto Soccorso, chiedendogli di rivedere la sua decisione e di rileggere bene il verbale dell’ASL, dove c’erano specificate le problematiche di salute dell’uomo, aggiungendo che se Giovanni fosse stato incarcerato avrebbe potuto morire a causa delle sue gravi patologie. Ma le urla e le implorazioni della donna non hanno alcun effetto: Giovanni viene preso dai poliziotti e caricato a bordo della vettura di servizio e portato al Commissariato di Ostia per formalizzare la pratica di arresto. Mentre il padre sale a bordo, la figlia si raccomanda con i poliziotti di riferire a chi di dovere che durante la sua detenzione l’uomo non potrà mangiare cibi solidi in quanto sofferente di disfagia e potrebbe quindi avere un soffocamento che lo porterebbe alla morte se non soccorso nell’immediato.

L’arresto e la morte

Mentre i poliziotti si dirigono verso Ostia, la figlia corre a casa a preparare una borsa con gli effetti personali – vestiario, pannoloni e medicine – di Giovanni, che porta subito al Commissariato, dove riesce a vedere il padre per qualche minuto. Anche qui si raccomanda con tutti di riferire al personale del carcere dei suoi gravi problemi di salute. “Mio padre non può assolutamente rimanere da solo, non è autosufficiente, soprattutto causa la patologia della disfagia non può assolutamente mangiare cibi solidi, c’è il rischio di soffocamento con conseguente morte se non soccorso subito”, dice ai poliziotti fino all’ultimo momento prima di lasciare il Commissariato.

La donna lascia il padre e rientra a casa intorno alle 2:00 del 31 agosto, mentre il padre viene portato in carcere a Regina Coeli. Nella giornata del 1° settembre, attraverso una comunicazione della casa di reclusione Rebibbia arrivata attraverso il legale della donna, la figlia viene a sapere che Giovanni ha lasciato il penitenziario ed è stato inviato con urgenza al Pronto Soccorso dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, in quanto giudicato incompatibile con il livello di assistenza possibile in carcere. Passano solo poche ore. Alle 22:00 dello stesso giorno, quel 1° settembre 2021, i Carabinieri bussano alla porta di casa della figlia di Giovanni. La notizia che le devono dare è la peggiore: suo padre è morto. Questa morte si sarebbe potuta evitare? Probabilmente sì. Sul corpo dell’uomo è stata effettuata un’autopsia per l’accertamento della causa del decesso, che dalle prime indiscrezioni sull’autopsia, già eseguita, ma la cui relazione non è ancora stata depositata alla Procura della Repubblica, sembrerebbe dovuto a intasamento alimentare.

Giovanni avrebbe infatti mangiato del cibo solido che lo avrebbe soffocato. Intanto per fare chiarezza su questa vicenda la Procura ha aperto un fascicolo contro ignoti. Ma, fino a quando non si farà luce sui fatti, c’è da mettere in evidenza come sia possibile che accada una cosa simile: al di là del reato che Giovanni possa aver commesso – che comunque non era grave – come si può mandare in carcere un uomo di 76 anni invalido al 100% con patologie serie come le sue? Non sarebbe stato il caso di procedere con un’interruzione dell’esecuzione della pena, ovvero all’istituto della sospensione della pena come previsto dalla legge quando il condannato non è compatibile con il regime carcerario come lo era Giovanni? Chi si porterà sulla coscienza la sua morte, o quella di altri detenuti fragili che si suicidano perché non reggono un sistema sbagliato? Il carcere dovrebbe rieducare: ma che funzione rieducativa avrebbe avuto su un uomo come Giovanni, nelle sue condizioni di uomo incapace di provvedere a sé stesso?Forse quel che c’è da correggere è proprio il sistema, troppo fragile con i duri e troppo duro con i fragili…

 


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