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Squid Game: la moda della violenza?

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Il consiglio di un bambino
Per giorni ho visto meme su tutti i social, non ho capito e non ho chiesto cosa fosse. In generale non amo le mode.
Squid Game mi è stato consigliato da un bambino di 11 anni che vedo una volta a settimana, mi ha detto – testuali parole -: “Sabrina guardalo, ha spaccato!”. Pronunciando il mio nome con un’adorabile “r” alla francese.
Mi ha poi raccontato che la serie non è doppiata in italiano, lasciandomi perplessa visto il suo odio per la lettura. Insomma, un bambino di prima media che legge mentre guarda una serie in lingua coreana.
Non potevo non esserne incuriosita.
Negli incontri successivi mi ha chiesto a che punto della serie fossi, invitandomi a prepararmi psicologicamente ad una puntata molto triste.
In effetti quella stessa sera, la puntata in questione ha turbato anche me.

Il gioco del calamaro
Per chi non l’avesse vista, la serie è trasmessa da Netflix e la trama pare “semplice”: un gruppo di persone indebitate fino al collo, viene invitato a fare dei giochi d’infanzia e il più bravo vince una ingente quantità di denaro. I malcapitati, pieni di aspettative, scopriranno da subito che i perdenti vengono uccisi. Così, senza un secondo di esitazione.
Si inizia con “Un, due, tre… stella!”; poi, il gioco del biscotto da estrarre senza romperlo. Ancora, il tiro alla fune. Mi fermo per non spoilerare troppo.
Una serie piena di violenza, come tante altre. Qual è la differenza?
I bambini stanno emulando, e qualche adulto ci sta facendo marketing per la propria attività.

Analisi psicologica del film
All’interno della serie ci sono alcuni aspetti psicologici rilevanti, in questo video li sintetizzo e qui sotto li descrivo:

1) Simboli sul biglietto da visita
Sono chiaramente un richiamo alla play station e alla virtualità. A quel mondo dove ogni cosa è possibile, dove non ci sono reati e dove se muori puoi iniziare da capo.
SENSAZIONE DI ONNIPOTENZA

2) Giochi dell’infanzia
Le immagini dei giochi che facevamo da bambini, i colori e le musiche, aprono i ricordi più intimi. Ci fanno ritornare indietro.
SENSAZIONE DI TENEREZZA E SPENSIERATEZZA

3) Montepremi
La ricompensa in soldi è la spinta a comportamenti competitivi. Associata alla povertà può diventare un mix esplosivo. In alcuni casi, la base della dipendenza dal gioco.
SENSAZIONE DI SALVEZZA FORTUNOSA

4) Fare gruppo
Per il raggiungimento di un obiettivo, inizialmente la tendenza è fare gruppo. Ricercare quello che potrebbe darci una mano, unirsi ai più furbi.
SENSAZIONE DI AUMENTO DELLA FORZA

5) Violenza
La continua esposizione ad immagini violente porta il nostro cervello all’assuefazione. Come nel meccanismo dell’assunzione delle droghe: per avere lo stesso effetto bisogna aumentare la dose.
Non ci impressionano più i morti. Abbiamo bisogno di altro.
CALO DELL’EMPATIA

6) Falsa alleanza
Ad un certo punto si sfruttano gli altri componenti del gruppo, non più per darsi forza ma salire sull’altro a mo’ di scalino.
CRESCITA DELL’INDIVIDUALISMO

7) Voyeurismo
Mettersi comodi e guardare mentre gli altri si uccidono. Prendere il cellulare e filmare scene di violenza senza fare altro. Un comportamento diffuso che indica una forte componente di aggressività e rabbia repressa.
AGGRESSIVITÀ PASSIVA

Emulazione: differenza tra ieri e oggi
Personalmente trovo che fare paragoni sia un modo di ragionare senza basi logiche, un tentativo di argomentare senza averne gli strumenti. Tanto per dire qualcosa.
Ho letto più volte la frase “perché noi non andavamo in giro a picchiare dopo aver visto Ken il Guerriero, ed oggi i bambini lo fanno?”.
Quando ci metteremo in testa che la comunicazione del 2021 non è quella del 1980? E non sarà quella del 2030?
Sono stata una bambina degli anni 80, i miei genitori non mi permettevano di assistere a certe scene in maniera molto semplice: spegnevano la tv o cambiavano canale. Punto. Quando andavo in camera mia non avevo il computer. A scuola non facevo ricreazione scambiando video dagli smartphone.
Un bambino di oggi, anche nel caso in cui i genitori gli impedissero di vedere Squid Game, può andare in camera sua e vedere le immagini sui social e altri canali.

Di chi è la colpa?
Altro modo di fare irritante, per quanto mi riguarda: dare colpe agli altri.
Anche su questo ho letto decine di messaggi del tipo: “è colpa dei genitori incapaci!”.
I genitori nella società attuale spesso lavorano entrambi, non esiste più la massaia a casa con il grembiule che sforna torte cantando come Biancaneve per i sette nani.
I genitori possono anche mettere il parental control sui contenuti, ma questi possono arrivar loro attraverso TikTok, WhatsApp, Instagram, Facebook… “Ah, ma allora devono togliere i cellulari!”
I bambini vanno a scuola, e seguono dai cellulari dei compagni. Vogliamo eliminare anche i compagni di scuola?
Dare colpa, firmare petizioni. Risolve cosa?
Diamo colpa ai bambini di emulare una serie Netflix, mentre noi adulti ci facciamo foto con i filtri come i migliori influencer.
Diamo colpa ai bambini di essere violenti, mentre noi ci azzuffiamo per un parcheggio.
La società è una continua emulazione tra adulti.
Ma noi continuiamo a dare colpa agli altri.

Cosa fare?
Aumentare il dialogo tra famiglie e istituzioni scolastiche. I cellulari a scuola dovrebbero essere vietati, almeno nelle primarie.
Il dialogo tra genitore e bambini, tra insegnanti ed alunni.
Dare spiegazioni, far comprendere che la violenza non è un gioco.
Squid Game è il fenomeno del momento. Come tutti i fenomeni ci serve per scaricare le responsabilità di una società che non riusciamo più a gestire.

Se volete raccontarmi le vostre storie per sciogliere insieme qualche nodo disfunzionale, scrivete all’indirizzo: psicologia@ilcorrieredellacitta.it
Vi aspetto.
Dott.ssa Sabrina Rodogno

Psicostress


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