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Cronaca Pomezia

Cos’era la Torre del Vajanico, dove si trovava (e soprattutto perché oggi non c’è più). La storia

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Immagini d'epoca della Torre del Vajanico

Il centro abitato di Torvajanica trae il nome dall’omonima Torre del Vajanico. Questa era una vedetta molto antica, ubicata in un’area costiera incontaminata. Per la precisione si trattava di una torre di forma quadrata (di circa 13 mt per lato) e misurava oltre 16 m d’altezza. Sull’alta base a scarpa, idonea a resistere alle armi da fuoco, poggiavano due piani e la terrazza superiore coronata da un artistico cornicione con beccatelli. L’ingresso, come al solito in questo tipo di edificio completamente riprogettato nel Cinquecento dopo l’introduzione della polvere da sparo, si trovava al di sopra della scarpa ed era accessibile mediante una duplice rampa di scale unite da un piccolo terrazzino. Una guardiola era posta in un angolo della terrazza.

La storia

Nel Cinquecento, infatti, tutto il sistema difensivo costiero dello Stato Pontificio era stato riammodernato, e questo comportò nel 1580 la ricostruzione per intero della nostra torre, al pari di Tor Paterno, ubicata 8 chilometri a Nord, sotto la direzione dell’Architetto Giacomo della Porta, su commissione della famiglia Cesarini, proprietaria dal 1564 della tenuta Campo Selva. La riattivazione della torre, nel XVI secolo, costituiva la naturale risposta al rischio dovuto alla presenza dei pirati saraceni che all’epoca infestavano il Mar Tirreno: proprio in questo torno di costa laziale nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1558, il pirata Hassan Agà con sette fuste algerine, approdava nottetempo e spintosi nell’interno del Borgo di Pratica con 200 pirati, lo saccheggiava catturando 103 persone (39 uomini, 29 donne residenti a Pratica e 35 lavoratori stagionali) dei quali non si seppe più nulla (probabilmente venduti come schiavi nel mercato di Algeri).

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Nel 1623 la torre era armata con: “… mezzo sagro longo bocche 28, porta di palla lib. 5 in sei, bono et bene a cauallo. Una cucchiara di rame. 2 moschetti boni et bene tenuti…, 2 archibugi a miccio…, 6 palle di ferro…, 2 mortaletti di ferro, 4 libre di polvere et 3 di miccio…”. L’anno seguente Tor Vajanica, al pari delle altre vedette circostanti, fu chiamata ad uno speciale servizio di vigilanza per un pericolo di contagio. Si dovevano prendere tutte le precauzioni necessarie al fine di evitare sbarchi senza adeguati controlli. In realtà Tor Vajanica non assolse a questo compito con la dovuta diligenza. Lo apprendiamo dal rapporto di Bartolomeo Segnere, comandante del Forte di Nettuno, il quale fu incaricato di controllare l’efficienza di questo servizio di vigilanza. L’otto agosto 1624, reduce da un’analoga visita a Torre Badino, il Segnere così scriveva di Tor Vaianica: “… trovai molto peggio quella del Vaianico chè all’andar verso la fiumara ci trouai solo un ragazzo, et al tornare solo un marinaio in suo loco; ci ho messo però un certo Alesandrino, custode passato di detta torre, quale faceva un orto di meloni poco discosto, acciò resti guardata sin tanto che… mi uerrà comandato quello si dovrà fare…”.  Nel 1776, su segnalazione di Tor Vaianica, un gruppo di pirati algerini, approdati nottetempo, venne catturato nei pressi dell’odierna tenuta di Camposelva, mentre invece verso la fine del secolo XVIII la guarnigione, al comando di Giovenale Diofebbi, comprendeva sei uomini e l’armamento consisteva allora in «2 cannoni da 7 con 30 palle, 30 casse di mitraglia e 140 di polvere».

La Torre del Vajanico, scatti d’epoca

Perché oggi non c’è più?

Che fine ha fatto la torre? La storia di questo monumento purtroppo finisce tragicamente. Tor Vajanico venne, infatti, fatta saltare in aria dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale per non dare riferimenti agli alleati che stavano preparando lo sbarco (quello che poi sarebbe avvenuto il 23 gennaio 1944 presso Anzio). In realtà, però, una parte del basamento della torre rimase conservata e visibile anche dopo il crollo per molti anni… ma negli anni ‘50, in un’epoca priva ancora del concetto di tutela territoriale e di salvaguardia del patrimonio culturale, venne definitivamente e deliberamente demolita. Nulla rimane purtroppo di essa, è quindi lecito chiedersi dove si trovasse precisamente? Esattamente alle spalle dell’edificio ove è ubicata la banca Unicredit! Vicino ai ruderi, prima della loro definitiva demolizione, venne edificato negli anni Cinquanta in direzione Nord un piccolo villino che è ancora presente. Accanto alla torre, invece, sorgeva un piccolo edificio – anch’esso poi demolito per far spazio ai palazzi – utilizzato come cappella/ripostiglio, e di fronte a questo si trovava una discesa naturale della duna antica che è oggi ricalcata dalla rampa che conduce ai garage dei palazzi vicini.

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La sua funzione

Che ci faceva lì la torre? Aveva il compito di monitorare la costa e il vicino immissario della laguna di Torvajanica, che si trovava dove oggi è il fossato nei pressi di Zoomarine. Perché non stava dove oggi è piazza Ungheria a Torvajanica? Perché né la piazza né via Danimarca esistevano prima di sessant’anni fa. Via Danimarca è stata infatti tracciata quando venne lottizzato il quartiere di Martin Pescatore. In realtà la strada antica che da Borgo Santa Rita portava a torre del Vajanico era l’odierna via Sebastopoli – che arriva sulla litoranea dove è il ristorante Schiano – quindi vicino al sito della torre! Sul lato destro dell’allora sentiero, si trovava la tenuta Campo Selva sull’altro lato invece si trovava il confine dell’altra tenuta, Campo Jemini.

Le tracce della torre oggi

Cosa resta oggi di questo monumento purtroppo non più conservato? Ancora oggi restano alcune attestazioni della torre del Vajanico, in numerose fotografie d’epoca e nei documenti catastali, antichi e moderni. Nella tavola dell’antico Catasto Rustico del 1870, ad esempio, si vede con il numero 12 la torre e con la lettera A la vicina chiesetta/ripostiglio. In questa tavola, con la dicitura “Stradone” non si intende via Danimarca (che all’epoca non esisteva) ma via Sebastopoli che divideva due tenute terriere di Campo Selva e Campo Jemini. In una foto degli anni ‘50 scattata verso la Litoranea (altezza Schiano) si vedono ancora le macerie della torre accanto al villino degli anni ’50 e alla chiesetta ancora conservata. Ma a permettere il definitivo posizionamento è quanto è riportato nell’attuale Catasto, che contiene ancora le antiche particelle catastali della torre e della chiesa, proprio nella corte retrostante i palazzi della Banca Unicredit e del locale Dolce Vita. Si tratta della storia di un piccolo gioiello scomparso del nostro territorio una storia antica molto interessante ed importante che, nel bene e nel male, merita di essere conosciuta e ricordata da tutti.

Testo a cura di Giacomo Castro, Presidente dell’Associazione Latium Vetus

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