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15 modi di dire che solo i romani capiscono

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antica roma

Il dialetto romano è uno dei più apprezzati in Italia, complice anche la ribalta di trend del momento come la serie Netflix di Zerocalcare o l’ilarità di alcune espressioni usate nel vocabolario comune. Tra queste “daje”, “stacce” che sono state adottate per simpatia anche da chi non è di Roma. Spesso però sono termini utilizzati per una moda del momento, senza conoscerne senso originale. Ecco allora alcune parole necessarie se si vuole sfoderare un romano “ad hoc”.

Daje, t’accolli, stacce: le parole romane a cui non possiamo rinunciare

Come non iniziare dal “daje”: a metà tra il “andiamo” e il “forza”, viene utilizzata anche come intercalare positivo e di incoraggiamento tra amici. Se qualcuno ci dice “T’accolli” non è un buon segno, perché vuol dire che siamo appiccicosi. “Stacce”, meglio se accompagnato con alzatina di spalle e mani all’insu, può voler dire “accettalo”, a cui si può aggiungere un “stai manzo” a voler rincarare lo “stai tranquillo, tanto va così”.

“Na cifra” ha un valore positivo, aggiunge un qualcosa di positivo a quello che stiamo sostenendo (es. “mi piace na crifra” vuol dire “mi piace tantissimo”). Se siamo sfatti, giù di tono o stanchi, ci sentiremo dire probabilmente “aripjate”: ci stanno dicendo di rimetterci a posto, rialzarci o tirarsi su. “M’arimbarza” è un affronto, vuol dire che quello che state dicendo non fa nè caldo nè freddo alla persona, anzi potreste averlo indispettito. “Ndo cojo cojo” indica un procedere a casaccio su un qualcosa, come viene viene. Se siete giovani, potreste sentirvi dire “pischello”, una parola che vuol dire ragazzo ma con accezione bonaria. 

Se siete irascibili, ogni tanto vi toccherà “abbozzare”, rassegnarvi, metterci una pietra sopra. Se siete testardi, all’ennesimo no, si trasformerà in “noneeeeee” detto con tono cantilenante, forse. “Che tajo” è un qualcosa di divertente e piacevole, mentre se state guardando male una persona probabilmente la state a “imbruttì”.

Una delle parole meno comprese, poi, è “a buffo”: non c’è un reale significato per questa parola, se non “senza motivo”, senza un perché. Se perdete la pazienza, poi, fate attenzione a “non scapocciare”: a Roma se doveste perdere il controllo (la testa) potreste finire male.

Colosseo Roma
Colosseo Roma – ilcorrieredellacitta.com

Il romanesco (se cortese) e il romanaccio (se un po’ sboccato) non si limitano però solo a parole, ma a veri e propri modi di dire con cui divertirsi. Espressione “sonora” della cultura e dell’anima della città, più che un vero e proprio dialetto il “romanesco” è oggi un modo di parlare, con una sua cadenza e un ampio patrimonio lessicale. Poeti come Giuseppe Gioacchino Belli e Trilussa riuscirono nell’impresa di imporlo come lingua letteraria ed è in parte anche grazie a loro se ha mantenuto ancora oggi la sua originalità e una certa capacità di rinnovarsi.

Per scoprire la sua effervescente ricchezza e le sue espressioni colorate e vivaci, vi presentiamo sette modi di dire che ci accompagnano virtualmente in giro per la città: più o meno noti e ancora usati, sono tutti “tipicamente romani” sia per la loro schiettezza e l’ironia pungente e dissacrante, sia per la loro fonte di ispirazione – tra luoghi, monumenti ed eventi passati alla storia. 

-“Il giro di Peppe”

Fare il giro di Peppe significa buttare via il proprio tempo, allungando un tragitto, o un ragionamento, che potrebbe essere più breve. Questo giro lungo e inutile ci porta però al cospetto di una delle meraviglie di Roma, quel capolavoro di architettura e ingegneria che dal medioevo i romani chiameranno la Rotonda o “Ritonna”, ovvero il Pantheon. Legata forse in origine alla fuga in Egitto di Giuseppe e Maria, l’espressione fu infatti ripresa e colorita a fine Ottocento, diventando in una delle sue versioni “Er giro de Peppe attorno alla Ritonna appresso alla Reale”. E il Peppe in questione sarebbe il diminutivo non di un Giuseppe qualsiasi ma dell’eroe dei due mondi, Garibaldi. Siamo nel 1878, Vittorio Emanuele II è appena morto e il corteo funebre che accompagna il feretro (la Reale) compie, come da tradizione, due giri intorno al Pantheon in forma di estremo saluto al re. Mentre tutte le autorità attendono all’ingresso del monumento, dove il re sarebbe poi stato seppellito, un Garibaldi forse distratto o ignaro delle consuetudini segue il corteo nel lungo percorso. Facendo quel giro in più passato proverbialmente alla “storia”.  

–  “La lupa del Campidoglio”

Me pari la lupa del Campidojo”: chi abita a Roma sa che ci troviamo di fronte a un’anima inquieta, che non trova pace e non riesce a stare ferma. Emblema della città fin dal suo arrivo in Campidoglio nel 1471, donata da papa Sisto IV insieme alle altre magnifiche sculture che sarebbero diventate il primo nucleo dei Musei Capitolini, la lupa capitolina è, tra tutti i simboli di Roma, quello più forte e riconoscibile. All’origine del modo di dire c’è però una lupa in carne e ossa e una triste usanza iniziata a fine Ottocento: nel 1872, a due anni dalla Breccia di Porta Pia, l’allora sindaco di Roma fece collocare alle pendici del Campidoglio una gabbia con un esemplare di lupo, che diventò presto un’attrattiva per i romani. L’esibizione del povero animale andò avanti molto a lungo e la lupa continuò per decenni ad abitare sul colle, percorrendo la stretta gabbia avanti e indietro. Così, con la loro notoria amara ironia, i romani eternarono quel movimento infinito in un detto diventato immediatamente famoso. E rimasto nell’immaginario popolare anche dopo che la lupa ritrovò finalmente la libertà a partire dall’inizio degli anni Settanta. 

– “Le messe a San Gregorio”

Sull’omonima piazza alle pendici del Celio e in cima a una bellissima scalinata, la chiesa di San Gregorio è un elegante esempio del Seicento romano ma la sua storia era cominciata dieci secoli prima, quando Gregorio – eletto poi papa nel 590 d.C. e passato alla storia come Gregorio Magno – aveva trasformato la sua casa di famiglia in un monastero in seguito a una sofferta conversione. In fondo alla navata destra della chiesa, si conserva ancora oggi il cosiddetto “lettuccio”, un piccolo ambiente dove san Gregorio era solito riposare disteso su una pietra. Ma tra le particolarità della chiesa, veneratissima dai romani per la sua importanza e antichità, ce ne sarebbe anche un’altra all’origine di un modo di dire usato talvolta anche come proverbio. In età remota, le era stato concesso il privilegio di celebrare messa un’ora dopo mezzogiorno, offrendo anche ai ritardatari un’ultima possibilità di assistere alla funzione ecclesiastica. Ma la fortuna, si sa, può improvvisamente abbandonare chi invece ci faceva conto. Così, quando la pacchia è finita e non c’è altro da fare, a Roma potreste ancora sentire esclamare: “So’ finite le messe a San Gregorio”. 

Roma
Sanpietrini – IlCorriereDellaCitta.com

– “Mì nonno in carriola”

E de tu’ nonno ‘n cariola!” è una forma rafforzativa di risposta o di accompagnamento alla più classica delle parolacce romane, dai molteplici significati a seconda del tono e dell’espressione di chi la pronuncia: rabbia e indignazione ma anche meraviglia, ammirazione, sorpresa… Ma che c’entra il nonno? Anche se usata ancora oggi, l’esclamazione risale a tempi lontani ed è collegata all’operato degli ospedali storici della città. Sulla riva sinistra del Tevere, a pochissimi passi dalla basilica di San Pietro, l’odierno complesso monumentale del Santo Spirito raccoglieva i malati in giro per la città fin dal 1200. Ma quando i letti non bastavano, per esempio nel caso di un’epidemia, nell’enorme Aula Sistina dell’ospedale i malati in sovrannumero – spesso anziani – erano sistemati in condizioni precarie al centro della corsia, seduti su una specie di scomoda poltrona, una carriola o “cariola” in romanesco. La triste posizione del malato in “cariola” è visibile ancora oggi in una lapide presso la chiesa di Santa Maria Portae Paradisi, in via di Ripetta, proprio accanto a un altro storico ospedale, quello di San Giacomo degli Incurabili. 

– “Pé la Lungara”

Un percorso antichissimo che dalla Porta Settimiana delle Mura Aureliane arriva fino al Vaticano: trasformato in un vero asse urbano sotto papa Alessandro IV Borgia e sistemato definitivamente da Giulio II, in concomitanza con l’apertura di via Giulia sull’opposta riva del Tevere, il lungo rettifilo nel Rione Trastevere era nel Cinquecento quasi una città nella città, adorna di giardini e lussuose dimore, come la splendida Villa Farnesina. Il nome con cui la strada era conosciuta mutò però spesso nel corso dei secoli: da “Sub Jano”, perché dominata dal colle del Gianicolo, a “Via Sancta” per il traffico dei pellegrini e, per un certo periodo, anche a “Via Julia”. Il nome definitivo di Lungara (o Longara) deriva dal latino altomedievale e indica una striscia di terra parallela a un corso d’acqua, più lunga che larga. Più che la sua indubbia bellezza fu proprio la lunghezza della strada, e il disagio nel percorrerla, a colpire la fantasia popolare e a dare origine a uno dei tanti detti del dialetto romanesco: “Annà pe’ la Longara”, ovvero trovarsi costretti a imboccare, per carenza di mezzi, una strada lunga e scomoda per raggiungere il proprio scopo. 

– “Porta Cavalleggeri”

Le manie di grandezze di chi desidera l’impossibile, in altre parole “Mettese in testa Porta Cavalleggeri”. Iniziamo con il dire che l’antica Porta Turrionis, ribattezzata Cavalleggeri nel 1500, oggi non esiste più: era stata aperta lungo le Mura Leonine, alla sinistra del Colonnato di Piazza San Pietro e sul versante opposto rispetto a Porta Angelica e al Passetto di Borgo, ma fu abbattuta nel 1904 per ampliare la piazza del Sant’Uffizio. La velenosa ironia del nostro modo di dire fa però riferimento a una data precisa: il fallito assalto francese del 30 aprile 1849. Siamo nei giorni della Repubblica romana e Napoleone III invia a Roma un corpo di spedizione comandato dal generale Oudinot per espugnare la città e restituirla al papa. Oudinot è convinto di non incontrare resistenza e si dirige con le sue truppe verso la porta. Dopo un giorno di combattimenti, gli uomini agli ordini del colonnello Luigi Masi e le colonne mobili di Garibaldi e Galletti costringono però i francesi a una ritirata disordinata, che lascia sul campo più di 500 morti e 365 prigionieri. Inutile dire che per i romani l’episodio diventò il simbolo della presunzione più vana. 

– “Marc’Aurelio”

I bassorilievi della colonna che dà il nome alla piazza che la ospita ne raccontano le gesta ma a Roma, prima che un imperatore, Marco Aurelio è innanzitutto il Marc’Aurelio o Marcurelio, la statua a cavallo che Michelangelo volle sistemare al centro della piazza del Campidoglio, passata indenne attraverso i secoli bui per l’opinione diffusa che raffigurasse Costantino. L’originale in bronzo conserva qua e là tracce della doratura che la ricopriva ma a Roma si credeva il contrario, cioè che la statua nascondesse un’ingente quantità d’oro che le intemperie avrebbero prima o poi riportato alla luce. Una fortuna, insomma, ma con un terribile rovescio della medaglia: secondo una diffusissima credenza, quando la statua fosse tornata tutta dorata, la “civetta” – il ciuffo di peli tra le orecchie del cavallo – avrebbe cantato annunciando la fine del mondo. E dalla leggenda nacque il detto “Scoprì in oro come Marcurelio”, ovvero “essere inesorabilmente alla fine”. Tutt’altro significato ha invece un modo di dire all’apparenza simile: “Se sta scoprenno in oro come er cavallo de Marc’Urelio” indica qualcuno che di punto in bianco si manifesta per quello che è.   

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