Fontana delle Api a Roma, che fine ha fatto?

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La Fontana delle Api del Bernini, storia, funzione, descrizione, aneddoti e collocazione odierna rispetto alla precedente.

La Fontana delle Api è una fontana storica di Roma, ed è oggi situata all’angolo di piazza Barberini con via Veneto. Fu realizzata nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini, il vate del barocco. Come sappiamo Papa Urbano VIII aveva attuato una politica decorativa rispetto alle piazze capitoline. L’intenzione era quella di collocare almeno una fontana presso ogni piazza. Ma la Fontana delle Api non aveva, perlomeno nelle intenzioni di Papa Urbano, una funzione ornamentale. La piccola fontana commissionata al Bernini, ad uso pubblico, doveva servire banalmente ad abbeverare i cavalli. Bernini la realizzò in poco tempo e, in onore del committente, rappresentò sul blocco scultoreo il simbolo araldico dell’allora Pontefice.

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La storia della Fontana delle Api

La Fontana delle Api fu inizialmente posta all’angolo di Palazzo Soderini, tra piazza Barberini e via Sistina. Nel 1880, per ragioni di intralcio alla viabilità, l’opera su smontata e stoccata presso il deposito comunale del rione Testaccio. Trentacinque anni dopo, nel 1915 si decise di ricostruirla e rimetterla in funzione. Emerse però una criticità; la maggior parte dei pezzi non fu più ritrovata. Al che ne venne commissionata una copia allo scultore Adolfo Apolloni. Apolloni, al posto dell’originario marmo lunense, decise di utilizzare il travertino per la sua ricostruzione. Il materiale veniva dall’allora Porta Salaria. La valva inferiore inizialmente era al livello della strada; Apolloni modificò questo elemento rialzandola su una cornice di massi. La valva superiore, invece, non poggiava più su un muro, ma collocato in posizione isolata. Nel giro di un anno la piccola struttura venne inaugurata, e precisamente il 28 gennaio 1916. Ciò presso l’odierna posizione, ovvero all’imbocco di via Veneto da piazza Barberini. Come si è compreso la fontana, rispetto alla sua morfologia, prende la forma di una conchiglia bivalve aperta. Il catino, tondo e scannellato, raccoglie l’acqua che sgorga da tre sbocchi apposti presso altrettante api che sono a loro volta scolpite sulla cerniera di raccordo tra le valve. Già Bernini si scontrò, ad ogni modo, con una problematica. L’approvvigionamento idrico dell’opera non può in nessun caso produrre una forte pressione. Questo perché la Fontana delle Api condivide con la vicina Fontana del Tritone la canalizzazione delle acque. Perciò sarebbe stato impossibile creare un vero e proprio monumento con funzione prettamente artistica.

La Fontana delle Api del Bernini, storia, funzione, descrizione, aneddoti e collocazione odierna rispetto alla precedente.
La Fontana delle Api del Bernini

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Simbologia e descrizione

Tre api, semplici, campeggiano sulla piccola struttura. Sono il simbolo araldico della casata del committente, Papa Urbano VIII di Barberini. Ma San Francesco di Sales, nel suo Trattato dell’Amore di Dio, dato alle stampe nel 1616, offre un’altra esegesi. Nel Trattato San Francesco di Sales paragona le api alle anime durante la loro esperienza sulla Terra. Da ciò, rispetto alla chiave di lettura offerta dal religioso, si celebrerebbe la purezza delle acque sgorganti dalla Fontana. Pure e dolci, come il miele prodotto dalle api. Inoltre, sempre secondo questa interpretazione, il rumore dell’acqua che scende nel catino si trasformerebbe proprio nel ronzio delle api, creando una esperienza sinestetica acqua/suono. La valva superiore riporta un distico (forma metrica, ndr) scritto da Urbano VIII, che recita: 

Urbanus VIII Pontifex Maximus
Fonti ad publicum urbis ornamentum
Exstructo
Singulorum usibus seorsim commoditate hac
Consuluit
Anno MDCXLIV Pont. XXI

Cultura popolare

Il significato dell’iscrizione è questo: “Il Sommo Pontefice Urbano VIII, costruita una fontana a pubblico ornamento dell’Urbe, a parte fece fare questo fontanile per uso dei cittadini nell’anno 1644, ventunesimo del suo pontificato“. Il distico, secondo le cronache dell’epoca, fu al centro di una polemica. Nel testo originale pare che l’ultima riga riportasse: “Anno MDCXLIV Pont. XXII” e non “XXI“. Nelle intenzioni dell’artista ciò voleva essere un’augurio cordiale. All’inaugurazione però mancavano circa due mesi al compimento del ventiduesimo anno di pontificato del Barberini. La cosa scatenò i romani. La popolazione della Capitale, allora, non aveva in simpatia il Pontefice e la sua famiglia. Un detto popolare allora si diffuse: “Havendo li Barberini succhiato tutto il mondo, ora volevano succhiare anche il tempo!“. Per placare la cosa il nipote di Urbano VIII, il cardinale Francesco Barberini, dispose che venisse abrasa l’ultima cifra dell’iscrizione. La cosa però non bastò, tanto che le dicerie del popolo si orientarono verso un’altra questione. Si raccontava che il nipote del Papa gli stesse così augurando di non arrivare al ventiduesimo anno di pontificato. Incredibilmente il Papa non ci arrivò per davvero. Urbano VIII morì otto giorni prima del compimento del ventiduesimo anniversario di papato.

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