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Nuovo appello dei 160 operatori del San Raffaele di Rocca di Papa: se non verrano ascoltati occuperanno l’Asl Rm 6

Fumata nera per i 160 lavoratori del San Raffaele di Rocca di Papa, che oltre a non avere percepito il loro stipendio, rischiano con molta probabilità di perdere il posto. Di seguito il loro appello disperato, che se non verrà accolto porterà a nuove proteste pacifiche tra cui – ci riferiscono – all’occupazione dell’Asl Roma 6.

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EUTANASIA UNICA VIA?
I giorni stanno passando e nulla purtroppo sembra muoversi per la vicenda a dir poco grottesca che stanno vivendo sulla propria pelle i lavoratori della Casa di Cura San Raffaele Rocca di Papa. Al momento, l’unica cosa modificata è lo status di queste persone: da eroi del Covid-19 che hanno combattuto il virus e si sono ammalati nell’esercizio della propria professione, sono diventati, parafrasando la disciplina olimpica, i Canottieri del 4 Senza: Senza stipendio, Senza lavoro, Senza ammortizzatori sociali, Senza prospettive future.

Canottieri che stanno navigando in solitudine, abbandonati da tutti al proprio destino, in una tempesta perfetta scatenata dall’irruzione del Virus nella nostra struttura che sta sconvolgendo le nostre vite.
Prendiamo atto che continua in maniera vergognosa il palleggiamento di responsabilità tra Regione Asl e Azienda, registriamo con stupore il silenzio assordante del Prefetto, cui da ormai svariati giorni si sono rivolti i Sindacati affinché si facesse garante di mettere intorno a un tavolo tutti gli attori della vicenda per cercare di risolvere la situazione. I lavoratori sono stanchi, meritano rispetto e chiedono a gran voce che si interrompa in qualunque modo questo teatrino dell’assurdo e pretendono lo si faccia in fretta perché decidere di non decidere sta portando ulteriore nocumento e allo stremo delle forze persone che ormai non capiscono più nulla di ciò che sta accadendo. Non comprendiamo il comportamento della Regione Lazio, da cui è partita la richiesta di iter di revoca dell’accreditamento della Casa di Cura in data 4 maggio, iter sospeso fino al 3 Luglio, che di fatto ha già rotto il contratto di accreditamento con l’azienda, non rispondendo alle sollecitazioni della stessa in merito al pagamento delle fatture dei mesi di aprile maggio e giugno in modalità acconto del 90% del budget mensile del 2019, fatturazione consentita dalla Regione Lazio a tutti gli erogatori di sanità privata accreditata per fronteggiare l’emergenza Covid-19, dietro rilascio contestuale di dichiarazione di rinuncia agli ammortizzatori sociali. Rimarchiamo il fatto che se si arriva alla data del 30 giugno senza risposta da parte regionale sulle motivazioni per cui l’azienda non possa accedere alla fatturazione in acconto con il conseguente nullaosta ad accedere agli ammortizzatori sociali, l’azienda non sarà in grado di accedervi con data retroattiva al primo maggio, quindi il danno oltre la beffa per tutti quei lavoratori che per cause indipendenti dalla propria volontà, non stanno prestando servizio dallo scoppio dell’emergenza coronavirus nella struttura.
I lavoratori non comprendono il comportamento della ASL ROMA 6, che prendendo sempre a pretesto la nota regionale del 4 Maggio di inizio iter di revoca dell’accreditamento, ha bloccato in maniera unilaterale la liquidazione della fattura di Aprile, evocando un possibile danno erariale per effetto del provvedimento di revoca, dimenticando che il procedimento è attualmente sospeso: la struttura è aperta con dei pazienti all’interno, quindi non si capisce per quale motivo non debbano essere liquidate le prestazioni, oltretutto precedenti alla data della nota emanata dalla Regione Lazio. In tal senso è singolare notare che la stessa ASL ROMA 6 ha ordinato all’azienda di provvedere a effettuare dei lavori che consentano il via libera allo sblocco dei ricoveri confermandone di fatto l’operatività seppur ridotta.

I lavoratori non comprendono, in tutto questo marasma, la strategia suicida dell’azienda che, mettendo in atto la procedura di licenziamento collettivo per tutti i lavoratori in risposta al provvedimento regionale del 4 Maggio e non anticipando di tasca propria almeno lo stipendio del mese di aprile, dimostra di non tenere al proprio capitale umano e ottiene l’effetto di giustificare con un autogol clamoroso di fronte all’opinione pubblica il provvedimento regionale. E’ oltretutto palese che un comportamento diverso da parte aziendale avrebbe portato dalla propria parte tutti i lavoratori a combattere fianco a fianco contro il succitato provvedimento e a rimarcare le responsabilità di regione e Asl in tutta la vicenda. Considerato quanto detto i lavoratori del S. Raffaele Rocca di Papa dicono BASTA, che ognuno si prenda le proprie responsabilità e si abbia la decenza di interrompere questo cortocircuito perché non si puo continuare così! Non è possibile dare ai lavoratori anche questa incombenza oltre tutto quello che stanno subendo, tale responsabilità non è di nostra competenza.
Gli organi preposti dicano una volta per tutte se il S. Raffaele Rocca di Papa possa tornare a operare normalmente, come è stato fino allo scoppio dell’emergenza coronavirus, e di conseguenza venga messo in condizione di ripartire, oppure si abbia il coraggio di staccare la spina, voltare pagina e occuparsi seriamente del ricollocamento dei lavoratori che, sia chiaro, non possono di certo perdere il lavoro per una pandemia mondiale che hanno combattuto e di cui portano ancora addosso i segni della malattia. La politica e le istituzioni svolgano il proprio compito e indichino soluzioni che salvaguardino i posti di lavoro, la Regione Lazio gestisca direttamente il S. Raffaele Rocca di Papa e internalizzi i lavoratori, in alternativa ripartisca i posti letto presso le altre strutture accreditate dell’hinterland in cambio dell’assunzione a tempo indeterminato dei lavoratori; l’azienda S. Raffaele SPA, proprietaria di diverse strutture, ricollochi quanti più possibile dipendenti nelle altre Case di Cura del territorio dimostrando con i fatti di tenere al proprio personale. Le soluzioni esistono, bisogna avere la volontà di perseguirle. Sarebbe il colmo che in questa nuova Sanità 2.0, sbandierata ai quattro venti dopo l’emergenza coronavirus che prevede maggiori attenzioni verso gli operatori sanitari e i pazienti, 150 lavoratori vengano sacrificati e abbandonati al proprio destino.