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Cronaca

Eco-X, il “mistero” del sopralluogo saltato all’ultimo istante nel febbraio 2017: il disastro si poteva evitare

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Eco x pomezia

Quando si parla di Eco-X e della nube che per giorni appestò l’aria del quadrante a sud di Roma una delle domande più ricorrenti è la seguente: il disastro si poteva evitare? Ancora oggi, a distanza di anni, la risposta, purtroppo, continua ad essere affermativa.

Leggi anche: Pomezia, disastro Eco-X: che fine ha fatto la bonifica del sito? La nostra inchiesta a quattro anni dal terribile incendio

Tante infatti erano state le segnalazioni soprattutto in merito alla presenza, ormai fuori controllo, degli enormi cumuli di rifiuti accatastati tutt’intorno all’impianto pochi mesi prima del disastro. Ma in concreto, alla fine, l’Eco-X ha comunque continuato sempre a lavorare salvo poi finire carbonizzato. E allora viene da chiedersi: anche in questo caso ci sono delle responsabilità che fin qui non sono state accertate? Ecco quello che abbiamo scoperto indagando anche su questo fronte.

Da “Il Corriere della Città” – MAGGIO 2021

Il “giallo” dell’esposto presentato dal Comitato di Quartiere e il sopralluogo saltato all’ultimo istante

Il primo aspetto della vicenda rimasto avvolto da dubbi e ombre è quello relativo alle segnalazioni inviate al Comune di Pomezia pochi mesi prima del rogo circa l’accumulo scriteriato di grossi quantitativi di rifiuti nel piazzale dello stabilimento. Ad inoltrarle era stato, come è noto, il comitato di quartiere “Castagnetta-Cinque Poderi” che evidenziava proprio il rischio di possibili incendi: era il novembre 2016. Passa un mese e il 22 dicembre la polizia locale manda una nota diretta al NOE Carabinieri e alla ASL locale, chiedendo di organizzare un sopralluogo congiunto per accertare quanto contenuto nella segnalazione.

Quello che accade dopo è contenuto nella relazione prodotta dal NOE (N.17/14-2017) in data 10 maggio 2017, ovvero dopo l’incendio. Sì, perché un appuntamento tra i vari Enti viene effettivamente fissato per il 21 febbraio del 2017. Ma qualcosa però “ostacola” l’intervento. Secondo il rapporto dei Carabinieri in quella data effettivamente il NOE si recò a Pomezia ma, “presi contatti con il funzionario quest’ultimo riferiva che il controllo sarebbe stato rimandato ad altra data poiché il personale della ASL non era potuto intervenire”.

Una versione che ritroviamo anche nella relazione della Commissione d’Inchiesta: quel giorno infatti la Polizia Locale di Pomezia aveva comunicato ai Militari di avere in corso un sopralluogo per uno sversamento illecito che riguardava un’altra azienda della zona che di fatto “impedì” quello alla Eco-X. Il 2 aprile 2017 il Responsabile della Polizia Ambientale di Pomezia certificò il mancato sopralluogo riservandosi di organizzare un nuovo sopralluogo che però, come sottolineato dai Carabinieri e confermato dalla Polizia Locale come riportato nella relazione della Commissione di inchiesta, non venne più organizzato. Ma perché non fu fatto? Perché non venne fissato subito un nuovo appuntamento data la gravità della situazione? E perché nessuno ha fornito mai spiegazioni in merito? Ad oggi non abbiamo risposta.

I rifiuti “ammassati” all’esterno di Eco-X nel 2014 e nel 2016

Il ruolo delle Istituzioni

Ma andiamo avanti. Che ruolo ebbero nella vicenda le Istituzioni preposte ai controlli? All’epoca dei fatti il Primo Cittadino in carica a Pomezia era Fabio Fucci, il quale ha precisato che, sul fronte controlli, “le competenze del Comune riguardavano solo la materia urbanistica”. Nel corso delle audizioni è emerso un quadro complesso: a quanto ricostruito Eco X era un “impianto di giovane autorizzazione” e l’ARPA Lazio si occupa prevalentemente di quelli che richiedono un’autorizzazione AIA non solo perché “più importanti ma anche perché di competenza esclusiva”.

Per gli altri, che richiedono procedure più semplificate, le competenze sarebbero state Provinciali: «È chiaro che nella nostra attività – ha spiegato Marco Lupo, Direttore dell’ARPA – cerchiamo comunque di programmare dei controlli anche su questo tipo di impianti: ne facciamo, ma teniamo conto che nella regione Lazio gli impianti connessi al ciclo dei rifiuti, se ricomprendiamo sia quelli in AIA, sia quelli ex 208, sia quelli in semplificata, sia quelli in AUA, sono più di mille. È chiaro che non si possono controllare, soprattutto quelli meno impattanti, con troppa frequenza». Alla Eco-X gli ultimi controlli, si legge dalle carte, erano stati fatti nel 2013 e nel 2014 in particolare sugli scarichi (ma non vennero trovate anomalie) mentre l’ultimo “check” del sito era datato 2011.

E che dire della mancanza della certificazione antincendio (figuriamoci che non c’era nemmeno una “fonte” di acqua per aiutare i Vigili del Fuoco a spegnere le fiamme il giorno dell’incendio)? Come è stato possibile autorizzate l’attività di un impianto di rifiuti che non era preparato ad affrontare eventuali incidenti? L’impianto, come ribadito più volte, era infatti privo della certificazione antincendio nonché di un sistema idrico idoneo per spegnere eventuali roghi, così come era sprovvisto di muri di compartimentazione. Dal canto loro i Vigili del Fuoco avevano segnalato queste criticità già anni addietro (tra il 2011 e il 2012) agli Enti competenti ma non si era andati, pare, oltre le semplici sanzioni pecuniarie. Flavia Tosini, fino a poco tempo fa Dirigente dell’area rifiuti della Regione Lazio prima di finire ai domiciliari con l’accusa di concussione, ha spiegato invece che in effetti tale certificazione (antincendio, ndr) “non era condizione obbligatoria per il rilascio di un’autorizzazione all’impianto di rifiuti, che però va acquisito […] Nel caso della Eco X era condizionato dalla presentazione di una perizia giurata da parte del tecnico, che è stata presentata. E pertanto “l’attività relativa alle polizze e alla documentazione presentata era coerente ed esaustiva rispetto ai requisiti previsti. Non si prevedevano sopralluoghi o altre verifiche, perché quelli si fanno solamente in caso di modifiche sostanziali, e non era questo il caso”.

La relazione del Consorzio Polieco

In tutto questo scenario si inserisce un ultimo tassello a cui fin qui, crediamo, non sia stato dato il giusto peso. Nella vicenda torna infatti nuovamente il Consorzio Polieco che aveva effettuato due sopralluoghi a febbraio e aprile 2017, con quest’ultimo ad un mese circa prima del rogo. Il Polieco, il consorzio nazionale dei rifiuti dei beni in polietilene che si occupa di monitorare il ciclo legato ai rifiuti di questo materiale (plastica per capirci), già nel 2015 aveva segnalato alla Procura di Roma anomalie sulla gestione dei flussi in entrata e in uscita dalla Eco-X come abbiamo visto nelle pagine precedenti.

Dalla relazione circa l’ultimo sopralluogo portata all’attenzione dell’Antimafia emerge un quadro assolutamente sconvolgente. “Il piazzale esterno dell’azienda si presentava sovraccarico di rifiuti, con cumuli altissimi che costeggiavano il capanno dove è situato il trituratore”, scrive il Polieco. Tra questi vengono citati materassi, teli, cassette di plastica, ferro, pneumatici, batterie, cavi elettrici e così via. Nel “mulino erano poi presenti rifiuti di ogni genere sebbene nella scorretta attribuzione dei codici Cer”. E ancora: “rifiuti indifferenziati a contatto col terreno che giacevano da tempo”, con possibilità “quasi nulla di spostarsi per i mezzi dato che i rifiuti consentivano a mala pena il senso unico di marcia” e poi la “presenza di un distributore di carburante senza alcuna delimitazione di sicurezza con vicino materiali facilmente infiammabili”.

Il Consorzio conclude dunque la relazione – per la quale il Direttore è stato anche ascoltato dal NOE a settembre 2017 – sostenendo che il disastro di Via Pontina Vecchia “era ampiamente preannunciato, frutto dell’incuria e del degrado del sito, dove le quantità stoccate superavano da tempo quelle autorizzate. Risulta inverosimile l’assenza di un sistema antincendio in un sito dove c’è di tutto compreso un distributore di liquidi infiammabili”. Infine un dettaglio a dir poco inquietante: durante il sopralluogo di febbraio la Direttrice del Consorzio aveva avuto modo di parlare con Salvatore Guglielmino. Quest’ultimo le avrebbe riferito “che due delle sue auto erano state date alle fiamme e che questa cosa lo preoccupava”. Ma alla domanda “ha denunciato?” lo stesso Guglielmino avrebbe risposto “che lui quelle cose non le faceva”.

Eco-X un disastro che si poteva evitare

A quattro anni di distanza, e alla luce di quanto visto in queste pagine, ribadiamo dunque un concetto chiave in tutta questa vicenda: l’incendio alla Eco-X si sarebbe potuto (e dovuto) evitare? Sì. Al di là delle verosimili implicazioni con la malavita e, forse, delle ecomafie, aspetti sui quali la Giustizia, eventualmente, farà il suo corso oltre la condanna all’Amministratore Unico dell’Azienda, appare chiaro che anche le Istituzioni, a vari livelli, hanno giocato un ruolo importante in negativo (qualcuno ne risponderà mai?).

E se non loro direttamente è stata (anche) la burocrazia. In questi anni infatti stiamo assistendo a un ruolo sempre più “formalistico” della Pubblica Amministrazione dove ogni Funzionario fa il suo “compito” da passa-carte firmando, bollando e inviando la carta all’Ente “competente”; quest’ultimo, a sua volta, fa lo stesso e così via in una catena che magari va avanti per mesi. Capita però che, come nel caso Eco-X, di tempo a un certo punto ne passi troppo e, prima che qualcuno “effettivamente” intervenga, si verifichi un disastro enorme che non sappiamo ancora oggi quali conseguenze avrà sulla salute nostra e dei nostri figli. E chissà se un giorno qualcuno sarà chiamato a rispondere anche di tutto questo.

 

 


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