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Inchiesta ”Petrol Mafie”, chiesti 14 anni per l’imprenditrice Ana Bettz: accusata di affari con la camorra

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Inchiesta Petrol Mafie: chiesti 14 anni per Ana Bettz

Petrol Mafie. L’imprenditrice e cantante, in arte Ana Bettz, che nell’aprile del 2021 era finita in carcere nel filone romano dell’inchiesta “Petrol Mafie” e per la quale ora l’accusa chiede 14 anni di reclusione, si è presentata in tribunale nelle scorse ore con un look total black, funereo, come il suo umore, forse, nonostante non abbia mancato di sfoggiare tacchi e un paio di Louis Vitton nuove di zecca. 

L’inchiesta Petrol Mafie

L’unità investigativa della Guardia di Finanza ha ricostruito nel dettaglio il complesso meccanismo di frode fiscale messo in atto nel settore degli oli minerali. Un giro d’affari illecito che aveva portato all’emissione di 70 misure cautelari e al sequestro di beni per oltre un miliardo di euro. Al centro delle indagini condotte dalle Procure di Roma, Catanzaro, Napoli e Reggio Calabria è finita la “Max Petroli” (ora “Made Petrol Spa”) – società petrolifera che la Bettz ha ereditato dal defunto marito Salvatore Di Cesare.

Tra camorra e ‘ndrangheta

Questi, inoltre, secondo gli inquirenti riciclava il denaro di camorra e ‘ndrangheta tra le sue attività. I pm hanno formulato le richieste di condanna anche per gli altri imputati che hanno scelto il rito abbreviato, tra cui il nipote Filippo Bettozzi e la figlia Virginia Di Cesare, per i quali sono stati sollecitati rispettivamente 9 e 10 anni di reclusione.

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I conti non quadrano: da 9 a 370 milioni di euro

Dunque, ricapitolando, la donna aveva ereditato una società sull’orlo del precipizio, ma nel 2018, in soli 36 mesi “l’imprenditrice prodigio” Anna Bettozzi era riuscita a far lievitare i conti della “Max Petroli”. Il miracolo: la cantante e imprenditrice riesce laddove il padre stava fallendo, il fatturato era addirittura arrivato a 370 milioni rispetto ai soli 9 milioni co con la quale l’aveva ereditata. Eppure, i sospetti delle Fiamme Gialle non sono mancati.

Le intercettazioni telefoniche

Fondamentali per il fine delle indagini sono state le intercettazioni telefoniche in cui la Bettz si vantava con la sorella di ”avere dietro la camorra”. Così, secondo gli inquirenti, l’imprenditrice riciclava i soldi di Antonio Moccia, boss dell’omonimo clan camorristico.

Quella pubblicità con Gabriel Garko

Tra queste attività di riciclaggio, ci sarebbe anche la pubblicità risalente al 2019 in cui è stato testimonial l’attore Gabriel Garko pagato a sua insaputa – secondo la Procura di Roma – proprio attingendo alle liquidità donate dai boss. In un’intercettazione telefonica – così come riportata da il Messaggero – emergono, chiaramente, i dubbi dell’attore su alcuni dettagli del contratto: ”Si era parlato del contratto in un certo modo – parla Garko al telefono con la Bettozzi – poi a me è arrivato un contratto fatto in un altro”.

Secondo le intercettazioni riportate da il Messaggero, la Bettz avrebbe, a ciò, risposto: «100 in nero e 100 fatturato, sul contratto va messo solo il fatturato. Io ho creato un impero, tu ti fidi di me». Nello stesso anno, a distanza di poco tempo, mentre doveva trovarsi ai domiciliari, è stata fermata con 300 mila euro in contanti a bordo della sua Rolls Royce.

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