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Ardea

Intervista a Don Luigi Ciotti: “La mafia non è scomparsa: il crimine organizzato è diventato crimine normalizzato”

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Don luigi Ciotti

Sì, è vero: la mafia non spara quasi più. Lo fa molto di meno, perché non vuole che si accendano i fari addosso ai propri affari. Lo fa solo se è strettamente necessario. Ma se dopo trent’anni dalle ultime stragi di mafia siamo qui e ancora ne parliamo, parlando della malavita organizzata, allora significa che qualcosa non ha funzionato. Vuol dire che la mafia non è scomparsa, come qualcuno vuole far credere. È invece più forte di prima. Proprio perché non fa rumore. Passa sotto silenzio. Non usa più gli esplosivi e gli attentati come trent’anni fa, è meno sanguinaria, ma si infiltra ovunque ci siano “affari” e soldi, passando attraverso il tessuto connettivo della società, dal Sud al Nord dell’Italia. Anche qui. A Pomezia, a Torvaianica, ad Ardea”. Don Luigi Ciotti di mafia se ne intende. Ha passato la sua vita a lottare contro la criminalità e, dagli anni ’90 in poi, soprattutto contro le mafie.

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L’intervista 

«Oggi il crimine organizzato si è trasformato in crimine normalizzato. Le mafie sono diventate uno dei tanti problemi», spiega. Una mafia in “giacca e cravatta”, che entra negli uffici, nei negozi, nelle aziende. Che non solo gestisce i traffici di droga, ma che controlla affari di ogni tipo. E che riesce ad approfittare delle disgrazie altrui attraverso il sempre più dilagante fenomeno dell’usura, oltre che al “pizzo”. E, nei casi più eclatanti, porta via al malcapitato la casa o l’azienda, che passa di mano senza che – dall’esterno – nessuno si sia reso conto che dietro c’è l’ombra di un’organizzazione criminale ben radicata. Anzi, qui – tra Pomezia, Ardea e Torvaianica – spesso gli usurai vengono visti come benefattori.

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«Questo accade perché lo Stato non aiuta i cittadini – spiega Don Luigi Ciottiche si sentono più protetti dall’usuraio che dalle istituzioni. Se io non ho accesso al credito o devo dare troppe garanzie oppure ci sono difficoltà per avere i soldi che mi servono, ecco che arriva chi mi risolve la situazione. Anche se in realtà mi sta mettendo nei guai. È l’unico che mi ha teso una mano, quindi divento psicologicamente dipendente da lui. Si crea un meccanismo perverso, di cui è colpevole anche lo Stato».

Come si combatte questo fenomeno?

«Parlandone. Bisogna farlo emergere. Questo è un posto bellissimo, c’è un bel clima. Non stupisce che si ritrovino rappresentati della mafia siciliana, della camorra napoletana e della ‘ndrangheta calabrese, magari per discutere su come dividersi il territorio. Bisogna riportare la legalità».

Ma cos’è esattamente la legalità?

«Non è altro che uno strumento, un mezzo. Bisogna fare molta attenzione a parlare di legalità, cerchiamo di non strumentalizzarla. Lo scopo da raggiungere, infatti, rimane la giustizia, che per noi che ogni giorno stiamo vicino agli ultimi e ai dimenticati è specialmente la giustizia sociale. Dietro la bandiera della legalità, infatti, si nascondono le più atroci nefandezze e il malaffare, che domina incontrastato anche all’interno delle istituzioni. Parlo in generale: questa è una pratica che avviene da nord a sud».

Come si riconoscono i mafiosi?

«Di certo non esistono persone che si dichiarano apertamente a favore della mafia. Tutti, a parole, sono contrari alle mafie, persino i mafiosi. Ma c’è chi finge di combatterla, facendo dell’antimafia il cavallo di troia dietro cui celare il malaffare che c’è in ogni settore della vita pubblica. Viene usato come la carta d’identità. Se c’è una parola da mettere in quarantena è proprio “antimafia”. Molti si nascondono dietro questa parola, come dietro la legalità, che viene trasformata in un paravento dietro il quale mascherarsi. Essere contro la mafia, contro la mentalità e l’atteggiamento mafioso, non può essere una mera enunciazione, ma deve essere un fatto di coscienza».

In che senso?

«A fare la differenza è l’indifferenza. Mi spiego meglio: c’è troppa superficialità quando si parla di criminalità e di mafia. Abbiamo normalizzato questi metodi e questi crimini. Pensiamo che ci sarà sempre qualcun altro che se ne debba occupare. Ma non si può sempre delegare. Perché altrimenti la criminalità dilagherà sotto casa nostra. Bisogna pretendere legalità, praticare la legalità nel quotidiano, dalle piccole alle grandi cose. Invece lasciamo correre. In questo modo difendiamo i corrotti, i malviventi, i furbi, siamo dalla loro parte. E allora ecco che il prestito diventa usura, che nasce l’estorsione, che il negoziante si ritrova obbligato ad avere la protezione».

E attenzione, raccomanda Don Ciotti, anche a quelle persone che restano indifferenti e impassibili di fronte al malaffare.

«Servono cittadini consapevoli e responsabili, che mettano in atto la legalità e perseguano, attraverso quest’ultima, la giustizia e la giustizia sociale in particolare».

Una stoccata va anche alla politica.

«Tranne eccezioni, la politica diventa potenzialmente criminogena quando non combatte le ingiustizie. Il primo crimine lo fa contro sé stessa quando vende l’anima alle logiche di potere, tradendo la sua vocazione di bene comune e quando non ascolta la voce, le esigenze e le speranze degli ultimi. La politica e il sociale devono incontrarsi sul piano del bene comune. Quando la politica è indifferente alla dimensione sociale, non è politica, si è già trasformata in qualcos’altro. Non c’è libertà senza giustizia sociale e non c’è giustizia senza verità».

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Chi è Don Luigi Ciotti

Don Luigi Ciotti è il fondatore di «Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie», un’associazione impegnata contro la mafia che collega oltre 700 tra associazioni e gruppi che si occupano anche di recuperare i beni confiscati alla Mafia (con Libera Terra). È nato il 10 Settembre 1945 a Pieve di Cadore, in Veneto. Inizia le sue opere di volontariato da giovanissimo, fondando un’associazione di impegno giovanile, il «Gruppo Abele». Dopo aver concluso gli studi al Seminario di Rivoli, in provincia di Torino, nel 1972 inizia il suo percorso di prete di strada. Negli anni ’90 il suo impegno contro le mafie si intensifica. È anche giornalista e fonda il mensile «Narcomafie». Collabora con testate importanti, come l’Avvenire, Famiglia Cristiana, La Stampa, Nuovo Consumo, Il Mattino e Il Messaggero di Sant’Antonio. Ancora oggi, sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute, gira continuamente per l’Italia per contrastare mafia e criminalità, oltre che per la prevenzione e recupero dalle tossicodipendenze e dall’alcolismo.

Corriere della città settembre 2022

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