Home Ardea Intimidazioni, incendi e sequestri: quel filo rosso che collega Ardea a Pomezia,...

Intimidazioni, incendi e sequestri: quel filo rosso che collega Ardea a Pomezia, 9 rinvii a giudizio, c’è anche un ex consigliere

Prenderà il via il prossimo 3 aprile il processo chiamato a far luce su una delle pagine più controverse degli ultimi anni della politica, e della cronaca giudiziaria, sul litorale tra Ardea e Pomezia. Nove le persone rinviate a giudizio sulle quali spicca il nome dell’ex Consigliere rutulo Luca Fanco gravato dalle accuse più pesanti, chiaramente da dimostrare: quella di essere il mandante del rogo dell’auto, una Mercedes, del consigliere comunale Franco Marcucci (ad oggi esponente della minoranza con una civica), data alle fiamme nel gennaio 2014. 

L’ipotesi avanzata dai giudici, che si sono espressi sul rinvio a giudizio la mattina di martedì 11 febbraio, è basata sul frutto delle indagini dei Carabinieri e sulle intercettazioni telefoniche che sembrerebbero inchiodare il consigliere (che ha però sempre respinto le accuse) e altri due sospettati, Tito Ferranti e Bruno Costantini, accusati di essere gli esecutori materiali. Marcucci, da noi contattato, al momento ha preferito non commentare la notizia.

Il filo rosso tra Ardea e Pomezia

Ad ogni modo è qui che la vicenda si sposta nel vicino territorio pometino, gravato in tempi recenti dalla maxi inchiesta Equilibri che ha scoperchiato il velo dell’omertà rivelando un quadro mafioso responsabile di gravi vessazioni ad imprenditori della zona.

Un territorio, come emerso dall’attività investigativa, “vessato”  dalla criminalità organizzata che nel tempo aveva preso il controllo della zona costruendo, sempre secondo le indagini, «un pesante clima di intimidazione ai danni di commercianti e imprenditori locali, costretti a subire estorsioni attraverso attentanti dinamitardi e minacce». 

Ebbene, tra gli imputati in questo nuovo processo figurano infatti, tra gli altri, Tito Ferranti, coinvolto per l’appunto nell’inchiesta Equilibri, e M.D.F., di Torvaianica (che ai nostri microfoni si è proclamato innocente, dichiarando di aver solo eseguito dei lavori a a casa di D’Alessandri), anche lui coinvolto nell’operazione che ha portato a sgominare il clan dei Fragalà, quindi Corrado Innocenzi e Massimiliano Cogliano.

Nell’ordine, questi ultimi tre sarebbero ritenuti responsabili dell’estorsione compiuta ai danni di Fiorenzo D’Alessandri, ex esponente del PD, e del contestuale attentato incendiario alla sua villa, dove vennero date alle fiamme tre vetture posteggiate nella rimessa; un tentativo ordito per costringerlo, come ammesso dallo stesso D’Alessandri ai nostri microfoni, a metterlo «sotto la loro protezione», dato che alcuni degli imputati erano titolari di una ditta di vigilanza.

D’Alessandri subì peraltro, com’è noto, anche una rapina ordita da banditi i quali, dopo essere entrati in casa, avevano tenuto in ostaggio i figli e i nipoti di D’Alessandri puntando la pistola alla testa della figlia 12enne per due ore. Per questi fatti sono accusati , tra gli altri, Innocenzi, Ferranti e Cogliano.

Completa il quadro il rinvio a giudizio di altre due persone: si tratta di W. F. e di Roberto Colafranceschi accusati, insieme ancora a Tito Ferranti e Bruno Costantini, di una serie di furti di gasolio contro la Formula Ambiente, l’azienda che ancora oggi si occupa della gestione dei rifiuti a Pomezia.