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Cronaca Pomezia

Pomezia, operaia non riesce a pagare le bollette e finisce in mano all’usuraio: «Il suicidio l’unica soluzione per uscirne»

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Roberta piange disperata per essere finita vittima di usura a pomezia

Ancora una storia di usura a Pomezia. Ma stavolta non riguarda il mondo dell’imprenditoria. Sì perché nella rete degli usurai, quella scoperta sul territorio e che ha portato ad un’ondata di arresti (e ora al processo), ci sono finite anche persone comuni. Operai, impiegati, persone con un lavoro umile. Uomini e donne che, come purtroppo capita sempre più spesso, schiacciati da pagamenti e spese nella disperazione, dopo aver chiesto aiuto invano alle banche, si sono rivolti agli strozzini per provare ad estinguere i debiti. Non sapendo però che uscire da quel giro sarebbe stato poi impossibile. 

La storia di Roberta

Ad esempio c’è la storia di Roberta (nome di fantasia) che lavora come dipendente. In famiglia è solo lei a portare lo stipendio a casa, deve mantenere anche suo figlio. In passato la donna ha avuto problemi con una finanziaria: ha saltato alcune rate di un prestito ed è stata segnalata come cattiva pagatrice. Adesso che il figlio è cresciuto e ha bisogno di soldi per varie esigenze, Roberta non sa come fare per ottenere un prestito, che la banca e le finanziarie le negano.

Il primo prestito

È il 2018. Attraverso un’amica fa la conoscenza di un signore di mezz’età, che si offre di aiutarla. L’uomo, che si rivela essere Raffaele Tranchino, ovvero una delle persone arrestate proprio per usura a Pomezia e che a breve affronterà il processo, le presta 2.000 euro. Le condizioni per la restituzione sono semplici: 7 rate mensili da 500 euro, per un totale di 3.500 euro. La donna neanche si rende conto che si tratta di un tasso usuraio e accetta. Onora il debito con tanti sacrifici e, qualche tempo dopo, quando si trova nuovamente in difficoltà economica per il pagamento di bollette di luce e gas, si ricorda di quell’uomo buono che l’ha aiutata la prima volta. Lo contatta e gli chiede un prestito.

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Il secondo prestito

Stavolta gli chiede 3.000 euro. Lui glieli presta, ma chiede la restituzione in 7 rate da 750 euro, per un totale di 5.250 euro. Anche stavolta i tassi sono alle stelle. Roberta accetta, non rendendosi conto che la rata è praticamente impossibile da pagare con il suo stipendio da operaia. Trovandosi in difficoltà, Tranchino va incontro alla donna, dilazionando il pagamento: Roberta deve versare 150 euro a settimana. Ma, una volta che la donna tarda a pagare a causa di un ritardo dell’accredito dello stipendio, ecco che l’usuraio si presenta sotto la sede del lavoro di Roberta, impaurendola e reclamando il denaro. Non solo: le presenta un altro foglio di rientro, con altri importi maggiorati rispetto alla dilazione fatta in precedenza. Per paura di essere licenziata, la donna paga, senza osare denunciare quanto le stava succedendo. Ma, tra quanto versa all’usuraio e le altre spese, lo stipendio non è più sufficiente per vivere. Questo porta Roberta addirittura a pensare a situazioni estreme: la disperazione ormai la sta distruggendo. L’intervento dei carabinieri, che la convincono a raccontare tutto e a denunciare, è una liberazione. Tutto ciò che la donna dice viene riscontrato dai militari e ritrovato nei fogli dove Tranchino riportava le cifre ricevute dai suoi clienti.

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Come uscire dalla spirale degli usurai

Ma questa è solo una delle tante storie di usura a Pomezia. Altre ve ne racconteremo nei prossimi giorni ma altre ancora sono purtroppo ignote. Le vittime, infatti, non hanno avuto il coraggio, o la voglia, di denunciare. Chi per paura, chi invece perché davvero pensa che si tratti di un benefattore che ha lo ha aiutato nel momento del bisogno. Ma ci sono altre vittime. Non solo di Tranchino, ma anche di altri usurai, a Pomezia, Torvaianica, Ardea e nei dintorni. Gente che appare “normale” agli occhi di tutti, amichevole, tranquilla, che tende una mano. Ma che in realtà non perdona. E toglie tutto. Denaro, casa, lavoro, dignità. In alcuni casi, estremi, anche la vita, anche se solo metaforicamente parlando. Ma uscirne si può. Non è vero, come dice l’usuraio, che se si denuncia si finisce male. Si finisce male se non si denuncia. Non se ne esce più. Si rimane stretti in una morsa letale. Per chi denuncia si attiva una rete di protezione, da parte di associazioni e da parte delle forze dell’ordine. Senza contare che, se si ha paura, si può anche esporre i fatti senza denunciare direttamente alle forze dell’ordine, ma contattando uno sportello antiusura. La redazione de Il Corriere della Città è in prima linea nella lotta contro l’usura. Se volete raccontare in forma anonima la vostra storia, contattate la nostra redazione, nella persona del direttore Maria Corrao.  

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