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Castel Romano, in fuga dal campo rom: residenti dimezzati ma resta l’illegalità

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E’ stato un mese da incubo quello appena trascorso al campo nomadi di Castel Romano. Incendi all’ordine del giorno, il ritorno delle sassaiole alle auto in transito e perfino il furto subito da un’ambulanza durante un soccorso nel campo. Insomma, uno stato di continua emergenza. Eppure i numeri parlano di un costante quanto inesorabile spopolamento dell’insediamento passato in soli tre anni da oltre 1.000 unità a poco più della metà. Un fenomeno che tuttavia non attenua per nulla, anzi, il perdurare dell’illegalità diffusa nell’area, anzi.

Chi se ne va lo fa, verosilmente, proprio per scappare da uno scenario da “terzo mondo” dove lo standard minimo di vivibilità è ad anni luce da livelli quantomeno accettabili; chi resta, per contro, non sembra essere intenzionato ad integrarsi in nessun modo con la società e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E’ allora in questo contesto che si inserisce la proroga della deadline per la sua chiusura, slittata recentemente di un anno: in una delibera del maggio 2019 di Roma Capitale si legge infatti «che le azioni finalizzate alla chiusura del villaggio attrezzato di Castel Romano dovranno concludersi inderogabilmente entro il 18 giugno 2022».

Con annessa restituzione alla Regione Lazio dell’area previa bonifica. Qualche mese prima però rispetto a quella data gli occupanti dovranno essere già tutti fuori e sistemati altrove, precisamente a fine novembre 2021 come si legge nel bando. Altro tempo insomma, che si somma a quello già trascorso, senza essere riusciti a venire a capo della situazione.

Il maxi incendio

E veniamo alla cronaca. Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio un rogo di dimensioni enormi ha interessato l’area del campo rom di Castel Romano. Un lavoro incessante quello dei Vigili del Fuoco di Pomezia e di Roma, intervenuti con due Squadre, tre Autobotti di supporto e il Carro Autoprotettori, andato avanti per oltre 20 ore per domare un vero e proprio inferno di fuoco. A bruciare, come al solito, è stato di tutto. L’odore forte, acre, è rimasto per molte ore nell’aria ed ha letteralmente appestato anche la statale Pontina in quel tratto. L’indomani, placatasi la furia del fuoco, è rimasto poi l’incredibile “tappeto” di rifiuti tra le baracche e la vegetazione. Un danno ambientale di vastissime proporzioni.

Il blitz e i controlli

Come spesso succede in questi casi, a fronte di eventi topici, quasi nell’immediato, partono i controlli delle forze dell’ordine. E anche questa circostanza non ha fatto eccezione. La mattina del 16 gennaio infatti è scattato il blitz della Polizia giunta a Castel Romano con numerosi mezzi operativi. Quindici giorni dopo stesso scenario, addirittura con l’impiego di mezzi aerei, stavolta in campo Carabinieri (80 da Pomezia) e Polizia Locale.

Esito: 200 persone controllate, molte delle quali risultavano gravate da misure cautelari. Individuato poi un minorenne, risultato ricercato per furto e ricettazione, che è stato arrestato e tradotto nel carcere di Casal del Marmo.

Ma le operazioni straordinarie non sono le uniche contromisure adottate dalle forze dell’ordine capitoline. In tema di controlli tra il 2018 e il 2019 presso il “villaggio” di Castel Romano è stato attivo un servizio in modalità dinamica con passaggi frequenti (tra le ore 7,00 e le ore 21,00) di pattuglie della Polizia Locale.

Tornano i sassi e la paura

A gennaio si è ripresentato anche l’incubo del lancio dei sassi sulla Pontina, con vittima un’autovettura NCC la quale, all’altezza del campo nomadi di Castel Romano, si è vista infrangere il proprio vetro da un masso in volo.

Tutto fa supporre che il corpo contundente sia stato scagliato proprio dal campo nomadi di Castel Romano, se non altro per lo stesso modus operandi dei tanti casi precedenti, con la pietra che per la grande potenza è riuscita a scavalcare la carreggiata della Pontina in direzione Roma e a scagliarsi addosso all’automobile della vittima posizionata nella corsia di sorpasso per andare a Latina.

La pietra ha centrato il vetro dell’auto di servizio, che peraltro era diretta in carrozzeria per delle revisioni di routine. La vetrata del parabrezza fortunatamente non è andata in frantumi ma sull’autista e all’interno dell’abitacolo sono volate comunque piccole schegge di vetro: questi piccoli pezzettini sono finiti negli occhi del conducente procurandogli inoltre ferite sulle mani e in faccia.

Il furto ad un’ambulanza

Come se non bastassero le sassaiole, i furti al distributore di carburante, i lanci di uova sul parabrezza, i sassi, la “spola” verso Roma per depredare i passeggeri della metropolitana, i roghi tossici, e via discorrendo a fine mese è stata registrata un’ulteriore “chicca”. A raccontarla ai microfoni di Radio Globo, al Morning Show è stata Giulia, un’ascoltatrice che lavora sull’ambulanza.

«Sono un’infermiera del 118 che, per motivi di lavoro, è dovuta entrare diverse volte nei pressi del campo rom di via Pontina. Entrare, però, non possiamo farlo se non accompagnati dalle forze dell’ordine, per ragioni di sicurezza, a meno che non si tratti di un codice rosso, che ovviamente prescinde da tutto», ha testimoniato Giulia.

«A parte la situazione di grande degrado, il problema è che entrare lì è davvero pericoloso, come dimostra quello che è successo quando siamo andati, appunto, per un codice rosso. Siamo entrati e, mentre noi soccorrevamo l’uomo, gli altri ci hanno derubati di tutto. A bordo avevamo lo zainetto d’ordinanza, ci hanno rubato anche quello».

La fotografia: popolazione in fuga

Ciò che colpisce è tuttavia il dato fornito dall’Associazione 21 luglio nell’ultimo rapporto sul “Piano Rom” della Capitale menzionato in apertura. Ebbene, da quest’ultimo si evince che la popolazione all’interno del campo «è passata dalle 1.062 unità del 2016 alle 542 unità del 2019». Praticamente la metà. Ma precisa l’Associazione: «Si osserva anzitutto come esso non può essere sicuramente imputato alle azioni del Piano, visto che il decremento numerico registrato a Castel Romano (-49%) e a Salone (-41%) è quasi doppio di quello rilevato a La Barbuta e Monachina, quelli cioè interessati direttamente dal piano».

Come spiegare allora il fenomeno? Spiega il rapporto: «In piccola parte, come scritto, alcune famiglie che in passato hanno fatto autonomamente domanda per l’accesso alle abitazioni ERP, hanno goduto dell’accelerazione della graduatoria (tre graduatorie pubblicate nell’arco di un anno e mezzo), che ha aumentato le possibilità concrete di passare dal container del “campo” alla “casa popolare”. L’esecuzione di tale azione tuttavia non è prerogativa del Piano in sé, ma risulta essere un combinato composto di interventi ad opera di sportelli istituzionali, comunali, municipali, del terzo settore pubblico e privato o dei servizi preposti a tale fine.

In realtà il grave stato di abbandono istituzionale degli insediamenti romani, il peggioramento delle condizioni di vita dei nuclei familiari residenti e l’aumento dei contrasti interni tra le comunità – dovuto anche all’assenza di organizzazioni preposte alla gestione dei servizi – hanno determinato un forte impulso verso una fuoriuscita autonoma dal “sistema-campo”. Ciò ha avuto come esito l’incremento del numero dei rom che dai “villaggi” sono passati a soluzioni abitative precarie o temporanee, in insediamenti informali, in camper o roulotte presso parcheggi, andando aggravare la condizione di vulnerabilità del nucleo e dei numerosi minori presenti in esso».

In pratica la drammatica condizione igienico-sanitaria di tali spazi istituzionali, ormai ridotti a baraccopoli da terzo mondo e al cui interno, come avvenuto il 28 novembre 2019, muoiono neonati nella generale indifferenza, è la causa scatenante del fenomeno. Pertanto chi può fa domanda di accesso alle “case popolari” e rimane in attesa; e non è nemmeno scontato per loro entrare in possesso dell’alloggio considerando le tensioni sociali che si creano nei quartieri designati (si vedano le zone di Casal Bruciato e Torre Maura). Chi non ce la fa invece a fare domanda scappa all’esterno cercando la soluzione al di fuori. Solo per pochi dunque, questo si traduce nell’acquisto di un terreno o nella locazione di un immobile.

Gli insediamenti “informali”

E i dati sembrerebbero andare in questa direzione: se nel 2017 infatti il numero delle persone censite negli insediamenti “informali” romani era di circa 1.200 unità, nel censimento del 2019 si è potuto registrare un incremento del 66%. In assenza di flussi migratori esterni alla città, è infatti salito a 2.000 il numero di rom presenti in insediamenti informali con un incremento di 800 unità. Si tratta in più delle volte di famiglie “parcheggiate” in strada e che per decenni sono state residenti nei “villaggi” della Capitale – i cd. Campi “tollerati” – che gradualmente, dietro false illusioni, si ritiene si stiano svuotando.

L’allarme sociale: quale scolarizzazione?

L’altro aspetto critico riguarda la scolarizzazione dei minori. I numeri a Castel Romano parlano di un -40% rispetto alle iscrizioni fatte registrare nel 2015-2016. Un dato allarmante frutto chiaramente anche della fuga in massa dall’insediamento. Come si può evincere dalla tabella nella foto, comparando i numeri totali delle presenze e dei minori iscritti alla scuola dell’obbligo nel biennio 2016-2017, annualità sulla quale si sono basati i principi contenuti nel Piano (10 presupposti strategici da adottare per favorire e migliorare i livelli di scolarizzazione dei minori), e gli stessi nell’anno 2019 si nota nel totale un calo delle presenze negli insediamenti considerati di 1.245 unità (-27%) al quale corrisponde, però, un calo degli iscritti alla scuola dell’obbligo più del doppio, pari infatti al 56%. A Castel Romano si stima ci siano circa 282 minori, ma quanti di questi vanno a scuola?