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“Nun ve faccio entrà”, il racconto dei ragazzi lasciati fuori dalla discoteca. “Noi discriminati, ecco perché”

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Ragazzi che si divertono in una discoteca di Ostia, lo Shilling

Immaginate di prepararvi per una festa con l’intenzione di divertirvi, di trascorrere una serata con gli amici per un primo maggio indimenticabile, diverso, dopo anni di pandemia e restrizioni. Immaginate di raggiungere il posto, uno stabilimento balneare di Ostia, di mettervi in fila e di ricevere, dopo quasi un’ora di attesa, un no secco dal bodyguard. Di sentirvi dire: ‘No, qui voi non potete entrare‘. E non perché il lido sia stracolmo o perché siete arrivati lì ubriachi. L’accesso vi viene negato perché i requisiti fisici scarseggiano, degli strani e assurdi ‘standard’ non sono stati rispettati. Questo, che sembra quasi assurdo e impossibile, è davvero accaduto e la realtà ha superato l’immaginazione. Protagonisti tre ragazzi, poco più che ventenni, che domenica scorsa avevano pensato bene di trascorrere il primo maggio sul litorale romano, di fare un aperitivo al tramonto allo Shilling. Che però non gli è stato concesso. 

Tre ragazzi ‘rifiutati’ dal bodyguard della discoteca: cosa è successo a Ostia

A raccontare a noi del Corriere della Città quella domenica sono stati due dei ragazzi protagonisti di questa assurda storia. Due fidanzati che il 1 maggio scorso volevano solo raggiungere, insieme a un’amica, il loro gruppo e fare tutti insieme un aperitivo. Una serata tranquilla, almeno così l’avevano immaginata. Che in realtà, di tranquillo ha avuto ben poco. Una serata che, a conti fatti, ha lasciato l’amaro in bocca, tra rabbia e incredulità

“Abbiamo fatto la fila, dopo quasi un’ora siamo arrivati davanti all’ingresso”. Tutto normale, almeno fino a qui, se non fosse che poi i tre ragazzi siano incappati nel bodyguard del locale. Lui, dopo averli guardati bene dall’alto verso il basso, come se dovesse giudicare un casting per modelli e modelle, ha negato loro l’ingresso.

Il motivo?La mia ragazza e la nostra amica non erano abbastanza scollate. Io, invece, avevo un po’ di matita sotto gli occhi perché così mi piace uscire. E sono stato guardato quasi con disprezzo“. Una delle ragazze aveva un vestito con poca scollatura, l’altra un body accollato. Un abbigliamento lontano da quelli che sembrerebbero essere gli ‘standard’ del locale. Come se il ‘decoro’ e l’eleganza si misurassero con un decolté messo in bella mostra o una gonna corta.

Cosa c’era che non ‘andava’ nei ragazzi? Loro, come ci hanno spiegato, hanno provato in tutti i modi a capire il perché di quel diniego. Ma la risposta del buttafuori era sempre la stessa: Nun ve faccio entrà, è inutile che restate in fila. V’ho già detto de no. Ormai ho deciso”. Lui, quindi, aveva deciso chi far entrare e chi no. Ragazzine minorenni, di appena 15 anni, vestite in modo provocante potevano accedere, senza problemi. Chi, invece, non rientrava in quei criteri doveva alzare i tacchi e andare via. Proprio come hanno fatto i tre ragazzi, che cercavano spiegazioni. Ma inutilmente. Proprio come è accaduto ad altri loro coetanei, che dopo ore di fila hanno dovuto rinunciare a quell’aperitivo per un no dettato da chi era lì a fare una sorta di scrematura. Come se ci fossero giovani di Serie A, i fortunati. E giovani di Serie B, con un abbigliamento sobrio e quindi non adatti alla serata. Ed è proprio questo il punto: loro si sono sentiti inadeguati, violati dallo sguardo di quell’uomo, di circa 40 anni, che li ha giudicati, senza dare certo il buon esempio. 

La discriminazione in discoteca

“La nostra amica si è sentita spogliata con gli occhi, squadrata, violata. Io per quella matita agli occhi sono stato quasi discriminato” – ci hanno raccontato i ragazzi, che ancora non riescono a credere che quello che sia successo, in realtà, sia davvero accaduto. “Volevamo solo passare una serata tranquilla tra amici, rovinata senza una motivazione valida”.

Ma all’accesso negato, si lega un problema molto più grande: quello di chi riduce tutto al corpo, all’abbigliamento. Perché se è vero che non è certo la prima volta che le discoteche decidono di fare una selezione e di basarla sugli outfit, quasi per una questione di “codici di eleganza da rispettare”, è altrettanto vero che far accedere solo chi è adeguatamente scollata, secondo quegli standard, sembra assurdo. In un mondo che guarda sempre più alla perfezione ‘finta’ dei social, dei corpi perfetti messi in bella mostra su Instagram. In un mondo in cui sempre più ragazzi si sentono proprio come quel bodyguard ha fatto sentire i tre giovani: non adatti. E i perché sono tanti, troppi, le risposte ancora poche. 

“Il mondo deve sapere – urlano i protagonisti della vicenda – in che schifo di società ci ritroviamo noi giovani”. Proprio loro a cui spesso vengono addossate tutte le colpe: etichettati come gli scansafatiche, quelli con poca voglia di lavorare, quelli degli aperitivi quando l’Italia era in pieno lockdown. Quelli a cui l’aperitivo ora è stato negato in un ‘lockdown’ ben differente: quello dove ad essere chiusa resta la mentalità di chi giudica e fa sentire sbagliati tre ragazzi (e molti di più). Solo perché sotto il ‘radar’ della selezione del bodyguard non sono stati promossi. Come se in pagella la scollatura valesse dieci punti e tutto il resto non fosse neanche da prendere in considerazione. Come se quei ragazzi avessero davvero qualcosa di sbagliato. Ma così, invece, non è. 

 

 

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