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Ostia. Dai fasti al degrado più assoluto, la storia del ‘Bar Pino’: il ritrovo di vip e cittadini abbandonato dal Comune

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Bar Pino - Casa della Cultura

C’era una volta un bar. Non un semplice bar, ma un luogo diventato ritrovo per tanti cittadini di Ostia, che qui venivano a fare colazione, ma anche a prendere il gelato o la granita. Tra loro c’erano anche storici balneari lidensi, così come qualche politico locale, perché a un buon dolce non rinuncia nessuno.

C’era. Ma non c’è più. Al posto dell’odore dei cornetti appena sfornati, puzza di escrementi e urina. Umani. Invece dei tavolini e dei banconi colorati, vetri infranti e arredi distrutti.

Siamo a Ostia. E non in estrema periferia, bensì in centro, in via Rodolfo Grimaldi Casta, all’angolo con via Calenzana. Questa zona la chiamano “i Parioli di Ostia”. Una volta, forse. Adesso ci sono i marciapiedi pieni di erbacce alte più di mezzo metro. E poi c’è lei. La Casa della Cultura. Quello che doveva essere un fiore all’occhiello ed è diventato un monumento al degrado. E addio somiglianza al quartiere della Roma bene. 

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La storia del Bar Pino

Tutto ha inizio nel 1980. A raccontarci la storia del “Bar Pino” è Alessio De Lio, figlio della storica coppia di titolari. Alessio qui c’è cresciuto, aveva appena un anno quando suo padre ha preso in affitto dal Comune di Roma questo locale, confinante con quello che era stato il primo mercato coperto di Ostia.

“L’edificio risale infatti al 1957, come mercato coperto. Il bar all’epoca aveva un altro nome, bar Vittorio, e un altro gestore. Quando, nell’aprile del 1980, lo prese mio padre, divenne sempre più un punto di ritrovo per tantissimi cittadini, soprattutto anziani che erano rimasti soli e trovavano da noi un’accoglienza familiare”.

Ma qui non vengono di certo solo gli anziani. Nella stagione calcistica 1982/83 i giocatori della Roma, che saranno i campioni d’Italia, sono tra i frequentatori più assidui. E con loro sono tanti i vip che siedono ai tavoli di Giuseppe De Lio, detto “Pino”. Gli assembramenti dei clienti spesso costringono i bus ad allargarsi, quando devono fare la curva. 

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci sono persone che – incontrando Alessio – si emozionano ricordando i bei tempi andati. “In molti si chiedono e mi chiedono come sia stato possibile tutto questo”, dice Alessio indicando quel che resta del bar. La porta è semiaperta, con il vetro infranto. Lui non può entrare, ha una causa in corso con il Comune. 

Ma qui chiunque entra, soprattutto la notte, e fa quello che vuole. La devastazione che vi è all’interno ne è la prova. Ci sono ancora resti di escrementi recenti, con tanto di “olezzo”. Non si salva più niente. 

“La scorsa notte”, racconta Alessio, “non riuscivo a dormine. Erano le 3, sono uscito in balcone. Io abito proprio qui di fronte. Ho visto un uomo e una donna che stavano cercando di entrare. Ho fatto un urlo per scoraggiarli. Allora hanno preso un cartone, si sono messi davanti all’ingresso e hanno consumato un rapporto sessuale sul marciapiede, incuranti del fatto che chiunque si fosse affiato potesse vederli”.

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Le prime occupazioni

Il bar, come dicevamo, è un punto di ritrovo e gli affari vanno a gonfie vele. “Pagavamo l’affitto al Comune attraverso un messo comunale a cui davamo un assegno. Il canone iniziale, rispetto agli incassi, era davvero basso: se non sbaglio, erano inferiori alle 800 mila lire al mese. Poi questa cifra fu raddoppiata, senza neanche una comunicazione. Il bar, però – spiega Alessio – veniva chiamato da qualcuno ‘Bar dei Fasci’, perché era frequentato da persone di destra”.

Per anni l’attività va benissimo. L’ampio marciapiede esterno si riempie ogni sera di tavolini in largo e lungo. Nella via c’è vita fino a tarda sera, è tutto illuminato e questo rassicura i residenti, che vedono nel bar non solo un posto di ristoro, ma anche un punto fermo del quartiere. 

Ma arrivano gli anni Novanta. E con loro l’occupazione per 14 anni dell’ex mercato generale di via Calenzana da parte del Centro Sociale Spazio Camino. Doveva essere un centro sociale di sinistra, ma ben presto si trasforma in tutt’altro. Quello che fino a quel momento è stato un posto tranquillo diventa un luogo cult della cultura Rave a Ostia, vera e propria zona franca e crocevia del traffico di droga non solo del litorale, ma addirittura con l’estero.

“Il lavoro calò drasticamente a causa di questa occupazione. Chiedemmo quindi un risarcimento danni al Comune per mancato guadagno, perché organizzavano sempre rave illegali nei fine settimana, impedendoci di lavorare. C’erano scene di degrado indescrivibili. Senza contare i danni che venivano fatti alle nostre attrezzature, che dovevamo riparare sempre a nostre spese”. 

Durante gli anni del centro sociale la famiglia di Alessio deve sopportare angherie di vario tipo. “Ci hanno sputato in testa, lanciato cassette del latto, sporcato i muri diverse volte. Eppure abbiamo resistito”. 

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L’enorme parco giochi per bambini 

Alla fine il centro sociale viene sgomberato. E, nel 2002, al suo posto l’allora sindaco di Roma decide di mettere un enorme parco giochi per bambini, il ‘Chiqui Park’, con quattro aree ludiche principali per tutte le fasce di età. Una cosa molto più tranquilla rispetto alle feste a base di alcol e droga. 

“Come ‘Chiqui Park’ è durato poco, poi è diventato ‘Sun Bear‘, un franchising spagnolo. Ma anche in questo periodo – parlo del 2010 – abbiamo avuto i soliti ‘dispettucci’ da parte del Comune. Ci dissero infatti che avevamo fatto delle migliorie senza autorizzazione. Abbiamo dovuto affrontare una causa penale, vinta, per dimostrare che le cose non stavano così. Così come non avevamo assolutamente ampliato gli spazi concessi. 

Il contenzioso con il Comune

Ma poi cosa è successo? “Il Comune ci ha chiesto quasi 80 mila euro di affitti arretrati. Soldi che noi sappiamo di aver pagato, perché abbiamo le matrici degli assegni, ma che al Comune non risultano. Per questo c’è una causa legale in corso. Noi siamo sicuri di quanto affermiamo. Qui veniva qualcuno a prelevare l’affitto. E le cifre per noi non erano tali da metterci in difficoltà, quindi pagavamo. Invece nel 2017 il Comune chiede, praticamente tutti insieme, questi soldi. Pur di non perdere il locale, e in attesa di vedere come sarebbe andata a finire la causa, avevamo chiesto una rateizzazione. Ebbene, ci avevano proposto di pagare una cifra di 60 o 80 mila euro, non ricordo esattamente quale, in 60 o 80 giorni. Praticamente mille euro al giorno. Ma dove li avremmo trovati?”

La famiglia De Lio questi soldi non li ha e il Comune non solo gli toglie il locale, ma revoca anche la licenza, intestata al padre di Alessio. Una licenza dal valore inestimabile, che avrebbe potuto utilizzare per ricominciare da un’altra parte, oppure rivendere. E invece no. Tutto tolto. Anche se non c’erano fatti che potevano giustificare una revoca.

“Siamo usciti dal locale a dicembre del 2017, prima del 31”, spiega Alessio. “Ma poco tempo fa mi è arrivata una bolletta dell’energia elettrica per un valore di oltre 12 mila euro con consumi effettuati nel 2018. Ho quindi scoperto che a noi hanno fatto l’annullamento della concessione e della licenza con demolizione del locale in data dicembre 2017, ma la cessazione dell’attività è stata datata agosto 2018. Questo perché nel frattempo il centro che si trova sopra la nostra struttura si è attaccato ai nostri contatori con questo tubo (e mostra il cavo, ndr), provocando così i consumi fatturati in bolletta da gennaio in poi. Anche per questa cosa, ovviamente, abbiamo presentato denuncia e siamo in causa”. 

Il degrado

Al di là delle cause che hanno portato al ritiro della licenza e alla demolizione del locale, ci si chiede che senso abbia avuto far cessare un’attività fiorente per poi abbandonarla al degrado e all’incuria più totale. Alle spalle del Bar Pino, ex Bar Vittorio, il Sun Bear, anche questo chiuso. E la Casa della Cultura. Un progetto da più di 500.00 euro che non ha mai portato ha nulla.

La Casa della Cultura e i soldi (dei cittadini) buttati al vento

Nel luglio del 2020 il Consiglio Municipale targato 5 Stelle approvava la delibera avente oggetto la destinazione d’uso come “Casa della Cultura” dell’ex mercato San Fiorenzo. Il Municipio X era da poco entrato in possesso della struttura, prima in capo al Comune di Roma. 

All’inizio del 2021, vengono attivati 5 diversi Tavoli di Lavoro per capire cosa fare all’interno della Casa della Cultura. Nel frattempo alcuni spazi vengono dati temporaneamente un plesso scolastico per la durata dell’emergenza Covid, per garantire il distanziamento degli alunni.

Poi più nulla per diversi mesi. Ne approfittano allora i vandali, che una notte, a inizio maggio 2022, entrano nella struttura e la devastano completamente. Per riqualificare la struttura erano stati investiti più di 500.00 euro. Sprecati non solo in una notte, ma nei giorni e nei mesi successivi, lasciando nel del degrado e nell’incuria l’immobile. All’interno, infatti, ci sono i cestini con gli stessi rifiuti che c’erano a maggio, non ancora raccolti. L’erba è altissima. Ci sono rifiuti a terra. E la devastazione si respira ovunque.

Dei Parioli di cui si parlava all’inizio qui non c’è più nulla. Forse possiamo trovare qualcosa delle favelas. 

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